Una buona fotografia
Incontro, dialogo e riflessione per principianti e appassionati
a cura di Lara Ungherese
In un’epoca dominata da una produzione incessante di immagini e da una crescente attenzione per la tecnica, Una buona fotografia di Emanuele Mollica invita a spostare lo sguardo: dalla ricerca dello scatto perfetto al significato che un’immagine può assumere per chi la realizza, per chi la osserva e, soprattutto, nella relazione che si costruisce tra questi soggetti.
Pubblicato da Casa Editrice Pagine nel 2026, il libro si discosta dal tradizionale manuale tecnico per proporre riflessioni e brevi saggi rivolti tanto a chi si avvicina per la prima volta alla fotografia quanto a chi già fotografa e sente il bisogno di interrogarsi sul proprio modo di guardare. Per Mollica, la fotografia non è soltanto una questione di composizione, esposizione o qualità tecnica, ma un linguaggio capace di comunicare emozioni, pensieri e punti di vista.
Da qui nasce una domanda fondamentale: che cosa rende una fotografia davvero buona? E quanto conta, oltre a ciò che appare nell’immagine, il percorso umano e relazionale che ha portato a realizzarla?
Questi interrogativi incontrano anche alcune esperienze della fotografia sociale e partecipativa. Nel photovoice, sviluppato negli anni Novanta da Caroline Wang e Mary Ann Burris, la fotografia diventa uno strumento attraverso cui le persone possono raccontare e interpretare la propria realtà, condividere esperienze e alimentare un confronto collettivo. L’immagine non è più soltanto un prodotto finale, ma uno spazio di parola, ascolto e costruzione condivisa della conoscenza.
È una prospettiva che dialoga con la fotografia sociale intesa come pratica di relazione: fotografare può significare entrare in contatto con persone e territori, ascoltare storie, mettere in discussione il proprio sguardo e costruire insieme una narrazione. La macchina fotografica, così, smette di essere soltanto uno strumento per produrre immagini e diventa un mezzo per incontrare l’altro.
Il libro di Mollica offre l’occasione per approfondire queste riflessioni e interrogarsi sul senso stesso del fotografare: si può imparare a fotografare senza imparare anche ad ascoltare? E può esistere una buona fotografia senza una relazione consapevole con ciò che e con chi fotografiamo?
Abbiamo incontrato Emanuele Mollica per una chiacchierata sul suo libro Una buona fotografia e sul significato profondo del fotografare.

Oltre la tecnica
Nel tuo libro metti in discussione l’idea che la qualità di una fotografia si misuri soprattutto attraverso la sua perfezione tecnica. Che cosa distingue, secondo te, una fotografia tecnicamente impeccabile da una buona fotografia? E quali elementi rendono un’immagine davvero significativa?
Per anni ho cercato anch’io l’inquadratura geometricamente perfetta e l’esposizione impeccabile, pensando che la bravura risiedesse tutta lì. Poi ho capito che quelle foto rischiavano di rimanere del tutto mute, fredde. Oggi, per me, una “buona fotografia” è quella che mi fa emozionare, o riflettere o che mi lascia un senso di inquietudine. La differenza sta nella presenza: una foto è buona quando sento che c’è un essere umano dietro l’obiettivo che si è deciso a raccontare qualcosa o qualcuno. Gli elementi significativi non si comprano in un negozio di ottica; sono la vulnerabilità del fotografo, la sua riflessione su cosa raccontare o meno e l’onestà del momento che decidi di custodire. Una buona fotografia ha quindi una voce: parla, racconta o custodisce silenzi. Non è soltanto tecnicamente perfetta, perché ha soprattutto una risonanza intellettuale e riflessiva.
Fotografare significa guardare
Prima ancora di premere il pulsante di scatto, fotografare significa scegliere dove e come guardare. Quanto del lavoro fotografico si compie prima ancora che l’immagine prenda forma?
Premere il pulsante è solo l’atto conclusivo di un processo concettuale fatto di attesa, osservazione e selezione critica. Prima di inquadrare, c’è il modo in cui decidiamo di abitare uno spazio, la nostra sensibilità culturale verso la luce e la postura etica che assumiamo rispetto alla realtà. Scegliere dove e come guardare è un esercizio di consapevolezza profonda, un atto etico e intimo che richiede tempo, “silenzio” e la capacità di farsi attraversare dal mondo.

La fotografia come incontro
Nel tuo libro la fotografia emerge anche come un linguaggio capace di comunicare emozioni e pensieri. Quando fotografiamo le persone, quanto conta la relazione che si costruisce tra chi sta davanti e chi sta dietro la macchina fotografica? In che modo questa relazione può trasformare l’immagine?
Quando analizzo o pratico la fotografia incentrata sull’essere umano, mi rendo conto che la relazione è lo statuto stesso dell’immagine. Non si può pretendere di ricevere la verità di una persona se non si è disposti a mettere in gioco la propria vulnerabilità. La fotocamera può essere una barriera dietro cui nascondersi o un ponte per avvicinarsi. Se si costruisce un terreno di fiducia, rispetto e ascolto reciproco tra i soggetti davanti e dietro l’obiettivo, l’immagine smette di essere una semplice documentazione, diventa la testimonianza di un incontro reale e questo spessore relazionale si avverte chiaramente nella visione finale.
Dalla fotografia come oggetto alla fotografia come relazione
Nella fotografia sociale, Giulio Di Meo definisce la macchina fotografica non soltanto come uno strumento per produrre immagini, ma come una sorta di dispositivo relazionale: un mezzo, quasi una “scusa”, per entrare in contatto con l’altro, ascoltarlo e costruire una conoscenza reciproca. È una prospettiva che riconosci nel tuo modo di intendere la fotografia? E quanto, secondo te, la relazione che si crea durante il processo fotografico può influenzare l’immagine finale?
Mi riconosco profondamente nelle parole di Giulio Di Meo. Considerare la fotocamera come un “dispositivo relazionale” o una “scusa” per l’incontro ribalta il valore dell’atto fotografico: l’immagine non è più il fine ultimo, ma la traccia visiva di un legame umano. La relazione vissuta durante il processo non solo influenza l’immagine finale, ma la fonda. Quando c’è una relazione consapevole, l’inquadratura perde ogni rigidità clinica e si carica di rispetto, intimità e comprensione. Lo scatto finale diventa così il distillato di un’esperienza condivisa. Si creano legami umani, proprio perché si ottiene un rivelarsi di molteplici risultati unici e autentici scaturiti grazie a questo relazionarsi.

Il photovoice e la restituzione della parola
Nel photovoice la macchina fotografica viene messa nelle mani delle persone affinché possano raccontare direttamente la propria realtà. In questo caso il fotografo non parla necessariamente “al posto di” qualcuno, ma contribuisce a creare le condizioni perché quella persona possa raccontarsi. Cosa pensi di questo ribaltamento del ruolo tradizionale del fotografo?
Come studioso dei linguaggi visivi, trovo che il photovoice sia uno dei territori più generativi della fotografia contemporanea. Questo approccio scardina la visione del fotografo come narratore onnisciente che interpreta o, peggio, colonizza la vita degli altri. Fare critica oggi significa anche decostruire questa superbia. Il ruolo si trasforma: si diventa facilitatori, attivatori culturali che mettono i propri strumenti metodologici a disposizione di una comunità affinché si racconti da sé. Questo sposta l’asse dal “fotografare qualcuno” al “fotografare con qualcuno”, democratizzando lo sguardo. Ha sicuramente vantaggi e svantaggi, ma la riflessione personale può ottenere contributi nuovi e unici che possono allargare i pensieri di tutti, non soltanto quelli del fotografo.
Chi ha il diritto di raccontare?
Quando fotografiamo una persona o una comunità, esiste sempre una relazione di potere: qualcuno guarda, qualcuno viene guardato e qualcuno decide quali immagini mostrare. Quanto dovrebbe essere consapevole il fotografo di questo squilibrio? E come può evitare che la fotografia si trasformi in appropriazione dello sguardo o dell’esperienza dell’altro?
Questo è il nodo etico e politico centrale della teoria fotografica contemporanea. Lo squilibrio di potere tra chi guarda e chi viene guardato esiste ed è strutturale. Lo squilibrio di potere c’è, è innegabile: io ho in mano lo strumento, io decido quando scattare e cosa mostrare. Sentirsi a disagio per questo è sano, significa che ci importa dell’altro. Per non trasformare la fotografia in un furto o in un’appropriazione egoistica, cerco sempre di negoziare lo sguardo. Chiedo il permesso, spiego cosa sto facendo, e mi domando onestamente: sto usando questa persona per riempire il mio portfolio o sto cercando di fare qualcosa di utile per la sua storia? Mettere la mia competenza al servizio di questa realtà credo che pesi sulla bilancia, potrei benissimo guardare e basta, ma cambia tutto. Fotografando decido di agire di fare quindi qualcosa. Decidere se mostrare e cosa mostrare sta al fotografo, o meglio alla sua maturità, incorruttibilità e umanità. Non c’è una regola scritta e forse ci vorrebbe o comunque farei un incontro tra fotografi per decidere insieme se agire in tal senso o pensare ad altre soluzioni condivise, ma per adesso sta ad ogni fotografo pesare sulla propria bilancia il “cosa fare”. Va da sé che ogni scelta che compiamo ha naturalmente delle conseguenze, produce cioè dei risultati che possono essere liberi o vincolati da qualcosa, da qualcuno.

Fotografia e ascolto
Può esistere una buona fotografia senza una buona capacità di ascolto? E, al contrario, quanto l’ascolto può modificare concretamente il modo in cui fotografiamo?
No, sono convinto che non possa esistere una “buona fotografia” se l’autore è sordo alla realtà che lo circonda. Chi non sa ascoltare produce immagini autoreferenziali, che parlano soltanto del proprio ego. Chissà magari piacciono anche, non ho le verità in tasca; ma penso che l’ascolto modifichi concretamente il modo in cui fotografiamo perché rallenta i nostri ritmi, educa la nostra pazienza e ci permette di cogliere sfumature e dettagli che a uno sguardo frettoloso rimarrebbero invisibili. Ascoltare significa sintonizzarsi sulla frequenza del soggetto. Penso che dobbiamo posare lo sguardo sul mondo comprendendo che non basta l’occhio per vedere, serve ascolto e sintonia.
La fotografia come dialogo
Una fotografia può aprire una conversazione invece di chiuderla, generare domande invece di fornire risposte. È questo, secondo te, uno dei compiti più importanti della fotografia contemporanea?
Secondo me sì, è un compito magnifico che appartiene intrinsecamente all’arte e, senza dubbio, alla fotografia. Un’immagine può generare riflessioni, dubbi, disaccordi e questioni profonde; è un frammento umano immortalato che altrimenti potrebbe sfuggire e che soltanto così si riesce a cogliere e trattenere. Proprio per questo credo che serva ritrovarsi, ascoltarsi e stare insieme a dialogare sulle fotografie: è l’unico modo per non perdere il senso profondo dell’incontro con l’immagine e per moltiplicare le chiavi interpretative, che richiedono sempre un pensiero aperto e dinamico. Dal mio punto di vista di critico e studioso, penso che il limite di molta fotografia odierna sia quello di voler chiudere il discorso, offrendo risposte immediate e preconfezionate. La fotografia che amo, e che cerco di raccontare nel libro, è quella che apre interrogativi. Un’immagine riuscita scuote le certezze del fruitore, lo spinge a porsi domande sul mondo e su se stesso, trasformando l’osservatore passivo in un interlocutore attivo e necessario di questo dialogo continuo.
A chi parla il libro
Il sottotitolo si rivolge sia ai principianti sia agli appassionati. Qual è l’errore di prospettiva o la rigidità mentale che noti più di frequente in chi approccia la fotografia oggi e che hai cercato di scardinare con le tue riflessioni?
L’errore più comune che riscontro oggi è l’ansia da prestazione tecnologica unita alla fretta del risultato, un fenomeno alimentato dai tempi di accelerazione costante in cui viviamo. Molti principianti e appassionati sono intrappolati nella rigidità mentale secondo cui un’attrezzatura costosa o l’applicazione del filtro perfetto garantiscano automaticamente il valore artistico o comunicativo di una foto. Con questo libro ho voluto scardinare l’idea che la fotografia sia una gara di abilità tecnica, per restituirla alla sua dimensione più autentica: un percorso umano di scoperta, di pensiero intimo, di educazione allo sguardo e di profonda libertà espressiva. Non ho nulla contro il progresso o le macchine fotografiche d’avanguardia, ma rifiuto la prassi consolidata che subordina la qualità di una “buona fotografia” al possesso dell’ultimo modello sul mercato. Lo strumento può essere il migliore al mondo, ma non si ottiene nulla senza il pensiero e la cultura visiva che guidano l’occhio. Dopotutto, anche l’auto a prestazioni più elevate finisce per fare un incidente se non la si sa guidare.

