Intervista a Livio Senigalliesi

Kabul / Afghanistan 2011 | Photo Livio Senigalliesi

Fotografare la storia, raccontare la guerra: intervista a Livio Senigalliesi


di Giulio Di Meo, Lara Ungherese e Lapo Ferdani



In occasione di IN.WJ.26, la giornata promossa da Witness Journal e dal gruppo WJ Trento per celebrare e condividere la fotografia sociale e documentaria, venerdì 9 ottobre 2026 l’Archivio Seibarrauno di Trento ospiterà un incontro d’eccezione con Livio Senigalliesi.

Fotoreporter di lungo corso nato a Milano nel 1956, Senigalliesi ha attraversato quattro continenti per documentare trent’anni di conflitti, genocidi, crisi umanitarie e rotte migratorie. La serata trentina sarà l’occasione per presentare la nuova edizione del suo memoir Diario dal fronte: un’opera autoprodotta di 326 pagine che intreccia immagini, memoria e testi per ripercorrere dalla Guerra del Golfo all’ex Jugoslavia, dall’Afghanistan alla Palestina, fino agli eventi di Maidan a Kiev e alla Rotta Balcanica.

In attesa dell’appuntamento a Trento, lo abbiamo intervistato per riflettere insieme sul senso del fotogiornalismo oggi, sul valore della memoria visiva e sul ruolo dell’impegno sociale nella fotografia.

Hai documentato oltre tre decenni di storia contemporanea, dalla Guerra del Golfo all’ex Jugoslavia, fino all’Afghanistan e alla Palestina. Come si è trasformata la figura del fotoreporter di guerra nel corso degli anni e quali sono le minacce o le sfide più grandi che deve affrontare chi decide di fare informazione indipendente oggi?

La figura del fotoreporter non è mutata in questi decenni. Ora come in passato i reporter sono professionisti che amano la fotografia e danno il massimo per documentare i fatti anche al costo della vita. I reporter palestinesi di Gaza ne sono un esempio. Ciò che è cambiato radicalmente – a mio avviso – è il metodo di lavoro. Non si parte più per raccontare una guerra dai suoi primi scontri a fuoco fino all’epilogo (come racconto nel mio libro di memorie). Dieci anni della mia vita nella ex-Yugoslavia, dal 1991 al 2000, per documentare ogni fase del conflitto, ogni tragico atto della dissoluzione di una Nazione.

La crisi dell’editoria e i cambiamenti avvenuti nel mercato consentono solo rapide missioni in cui si cerca di costruire un racconto polivalente composto di fotografie ma soprattutto di video e interviste. Bisogna essere polivalenti. Questo è l’unico modo per vivere di questo straordinario mestiere. 

I clienti sono i più disparati, soprattutto stranieri. Con l’avvento di internet e dei social il reporter si è aperto al mondo. La rapidità non va spesso a braccetto con la qualità del prodotto ma ora ciò che conta è battere la concorrenza sul tempo. Trovare soluzioni logistiche che ti consentono di inviare i tuoi reportage anche dal cuore della foresta.

Le minacce insite in questo modus operandi stanno nella scarsa possibilità di approfondimento, nell’impossibilità di controllare le fonti, di evitare di riprodurre gli schemi indotti dalla propaganda che in questi tempi bui è più che mai diffusa. Si usano i media per giustificare una guerra e anche il tuo lavoro rischia di essere un ingranaggio della macchina del falso: basta cambiare una didascalia e le vittime di una strage diventano i carnefici. Un noto quotidiano di Torino nel 2022 dedicò la prima pagina ad una strage di civili avvenuta nel Donbas. La fotografia straziante, diffusa dall’agenzia di stampa russa, conteneva tutti i dettagli e il nome dell’autore della foto. Le vittime erano civili russi in attesa di un autobus, ma il giornale non si fece scrupoli nel capovolgere la verità sparando un titolo su nove colonne dal chiaro contenuto accusatorio: “Ancora una strage di civili ucraini”. Sul paginone la didascalia era sparita. Così pure il nome dell’autore. Anche il più onesto dei reporter può fare del suo meglio nel descrivere la tragicità della guerra ma sono le redazioni che talvolta usano le immagini senza scrupoli e per altri fini.

Idomeni – Confine tra Grecia e Macedonia 2016 | | Photo Livio Senigalliesi

Nei tuoi reportage e nelle tue testimonianze mantieni sempre uno sguardo strettamente centrato sulle vittime, sulle comunità civili e sulle conseguenze umane dei conflitti. Qual è il confine etico tra il dovere di documentare il dolore per informare e il rischio di cadere nell’esibizionismo della sofferenza?
A mio avviso, un reporter di guerra deve documentare tutto. Un grande reporter britannico, Don McCullin, una sorta di vate per tutti quelli della mia generazione, ha dichiarato in una recente intervista: “LE FOTOGRAFIE DI GUERRA DEVONO FARE MALE”. Ed io concordo con lui. Non ci sono mezze misure di fronte al dolore degli altri. Il tuo compito è quello di descrivere la scena di un crimine. Non puoi porre filtri o dare spazio a scrupoli di carattere etico. Il reporter è sul terreno per raccontare ciò che vede, riportare le testimonianze in presa diretta descrivendo il contesto e aggiungendo tutti i particolari che rendono quello scatto un vero e proprio prodotto giornalistico. Sarà poi la redazione che deciderà cosa mettere in pagina in funzione della policy dell’Editore.

Il 9 ottobre sarai ospite dell’incontro organizzato da Witness Journal a Trento, una comunità che promuove la fotografia sociale e documentaria. In un’epoca dominata dall’urgenza e dal consumo rapido delle immagini sui social, quanto sono fondamentali realtà e spazi d’incontro indipendenti per far riemergere storie spesso rese invisibili dai grandi media?

Ho sempre viaggiato in direzione ostinata e contraria. Amo le realtà indipendenti e sono grato a WJ per l’impegno profuso in questi anni nel dare voce a chi non ha voce. Le piccole grandi storie che ognuno di noi può incontrare anche ai margini di una grande tragedia, sfuggono nel bailame del mainstream ma è proprio in realtà come la vostra che si torna a dare valore alla qualità, all’impegno, alle voci dissonanti che cercano affannosamente di raccontare la complessità di un conflitto.


Diario dal fronte è una pubblicazione imponente e autoprodotta. Cosa ti ha spinto a scegliere la via dell’autoproduzione per questo progetto e quale valore aggiunto attribuisci alla libertà editoriale nel ripercorrere la tua memoria professionale?

Questo libro racconta in modo serio e accorato la mia esperienza in zone di guerra ma anche la mia vicinanza a tutti i temi legati al sociale con un approccio critico e dal basso. Come ricorda Pio Tarantini nella prefazione di questo volume, la mia produzione giornalistica è frutto di un impegno che nasce negli anni ’70 quando la fotografia era un vero e proprio strumento di lotta e di denuncia.

Nei decenni sono rimasto fedele ai miei principi, non mi sono fatto cambiare dalle mode. “Diario dal fronte” è un duro j’accuse contro tutte le guerre. Nelle sua pagine troverete una narrazione di molti fatti diversa da quella del mainstream. Vivere per anni nelle trincee insieme ai combattenti di fronti opposti, mi ha dato la possibilità di raccogliere testimonianze uniche. Quelle che puoi raccontare solo se cerchi di avvicinarti alla verità senza preconcetti ma facendoti sempre delle domande. Nessuno ha la verità in tasca, è necessario mettersi sempre in discussione e avvicinarti in modo critico ai fatti, in modo umano alle persone, che siano vittime o carnefici. 

Solo così, con impegno e umiltà, sono entrato nel cuore di storie complesse come l’assedio di Sarajevo. Nessuno dei giornalisti chiamati a scriverne la cronaca erano preparati. In primis nessuno di noi conosceva a fondo la Storia dei Balcani. Uno dei passi fondamentali per comprendere i fatti è stato quello di vivere l’assedio in mezzo alla gente, imparando la lingua locale e vivendo con loro (sulle due sponde della Miljacka) una guerra civile, una guerra tra fratelli di sangue che spezzava il tessuto sociale ed anche le famiglie miste che erano l’espressione di quella secolare convivenza. La mia lunga permanenza mi ha consentito di conoscere fatti e persone, anche criminali di guerra, poco noti ai più. Se stai chiuso in una stanza dell’Hotel Holiday Inn non saprai mai la verità, non sentirai né le urla dei feriti n’è l’odore dei cadaveri. Non saprai mai quanto è sporca e contraddittoria la situazione sul terreno. Il Circo Barnum dei giornalisti, che vive nei grandi alberghi protetto dalle bombe e dal tiro dei cecchini, racconta quello che vuole l’editore, quello che la gente vuol sentirsi dire. La semplificazione è d’obbligo. Mai una smentita anche di fronte ad un errore grossolano.

Fin dall’inizio di un conflitto i centri di potere scelgono il “nemico”, il cattivo di turno. I direttori di giornali e TV seguono lo spartito. La complessità e la crudeltà viene edulcorata. Le fotografie scomode vengono scartate. Trionfa il pensiero unico. Per tutelare questa mia visione critica, ho deciso di autoprodurre questo volume che è giunto alla sua terza edizione. Ogni volta lo aggiorno con passione ed aggiungo particolari inediti, nuove fotografie e nomi molto compromettenti ma supportati sempre da ampie note a fondo pagina. Per questo motivo “Diario dal fronte” nella sua versione inglese “On the front line”, è stato acquisito dai giudici della Corte de L’Aja per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia. Un vero onore che per me vale più di un Premio Pulitzer.

L’edizione aggiornata del libro include nuove immagini e un capitolo specifico dedicato agli eventi di Piazza Maidan a Kiev del 2014. Rileggendo e riorganizzando i tuoi archivi a distanza di anni, come cambia la percezione delle immagini quando si trasformano da “cronaca del presente” a vera e propria “memoria storica”?

Quando hai documentato fatti storici importanti, l’archivio diventa prezioso come un buon vino invecchiato in botti di rovere. Più passa il tempo e più assume valore. Grazie alla quantità del lavoro svolto, nell’archivio trovo sempre foto inedite, spunti nuovi da approfondire che danno il via a nuovi libri e a nuove mostre itineranti.

Le richieste delle scuole e delle facoltà universitarie mi hanno consentito di dare nuovi sbocchi inusuali ad una produzione che per decenni aveva un taglio prettamente giornalistico. Le fotografie erano fatte per andare sul giornale. Quando vedevi che c’era la fila all’edicola per comprare il settimanale che pubblicava la tua foto in copertina significava che avevi fatto un buon lavoro.

Nel libro intrecci costantemente fotografie, diari personali e riflessioni sulla guerra e sulle sue conseguenze. In che modo il racconto scritto integra la fotografia e cosa riesce a dire la parola che l’obiettivo da solo non può restituire?

Prima di tutto devo svelarvi l’origine di questo libro. Non è nato per dare sfogo al narcisismo o dalla voglia di affermazione. Otto anni fa, dopo decenni di “vita spericolata”, trascorsa tra la vita e la morte cavalcando i fulmini, mi è letteralmente esplosa nel cervello una bomba a orologeria. I traumi visti attraverso l’obbiettivo o vissuti sulla mia pelle, hanno presentato il conto. Una grave sindrome post traumatica, comune tra gran parte dei reduci di guerra, sconvolse la quotidianità e la mia vita famigliare. Scoprii la mia fragilità e iniziai lunghe cure per cercare di rientrare nella “normalità”…ma ciò risultò impossibile. Lo psichiatra che allora mi aveva in cura mi consigliò di scrivere su un quaderno i miei incubi notturni o i ricordi che angosciavano ogni momento della giornata. Così in pochi mesi nacque la prima edizione di questo libro pieno di fatti di vita vissuta. Non vi nascondo che più di un editore si era innamorato di questo strano libro che unisce ampi testi, aneddoti personali, considerazioni storiche, approfondimenti di carattere antropologico e immagini scioccanti.

Ma la volontà di tutelare ogni singolo fatto citato, la responsabilità di evitare la manipolazione di un sofferto libro di memorie, mi portò sempre più decisamente all’auto-produzione e all’auto-promozione attraverso i social, il mio sito web, le mostre, i progetti didattici e gli incontri pubblici.

Grozny/Cecenia 2004 | Photo Livio Senigalliesi

Molti dei tuoi lavori — dalle migrazioni forzate lungo la Rotta Balcanica al Mediterraneo — raccontano dinamiche ancora drammaticamente attuali. Che valore ha la fotografia documentaria come strumento educativo e sociale per le nuove generazioni e cosa ti auguri che lasci il tuo lavoro a chi sfoglierà Diario dal fronte per la prima volta?

Questo libro è molto richiesto da chi ama l’approfondimento, il fotogiornalismo e la narrazione critica di fatti storici. Da quando ho dovuto abbandonare la produzione di nuovi reportage a causa delle mie condizioni di salute, i progetti didattici hanno riempito la mia vita e dato un senso ai lunghi anni trascorsi da un continente all’altro richiamato da un lavoro febbrile che mi assorbiva anima e corpo.

Il rapporto con gli studenti e la loro sete di verità, di testimonianza diretta, alimenta il mio ruolo di testimone critico del presente. Una funzione che trova motivo di essere nella totale inadeguatezza dei programmi ministeriali che eludono totalmente l’attualità impedendo ai giovani di comprendere il complicato presente ed il motivo dei conflitti.

Nella sua prima edizione, “Diario dal fronte” aveva una dimensione ed una veste grafica imponente ma il costo elevato limitava la diffusione ai soli appassionati di fotografia e i cultori della foto d’autore.

Così decisi di passare ad un prodotto alla portata di tutti. Una scelta di carattere “politico” che pone all’autore l’esigenza di diffondere al massimo la testimonianza mantenendo immutata la qualità. La diffusione attraverso il web consente ora come in futuro la possibilità di raggiungere il più vasto pubblico italiano e straniero. La scelta di aver pubblicato da tempo una edizione in inglese mi ha consentito di essere presente sul mercato internazionale specialmente in questi dannati tempi di guerra che richiedono un’analisi critica degli eventi a livello globale.

Un immagine inedita di Livio scattata a Sarajevo nel 1994 da Fuad Foco. Un immagine che rappresenta il suo modo di vivere e documentare la guerra. Stare vicino alle vittime, osservare ogni loro gesto, parlare la loro lingua per cogliere ogni aspetto della loro cultura. Diventare uno di loro. Quello che Bronislaw Malinowski, maestro dell’antropologia moderna, definisce metodo dell’osservazione partecipante.

Jerusalem Palestine 2018 | Photo Livio Senigalliesi
North Afghanistan | Photo by Livio Senigalliesi
Sarajevo / Bosnia 1996 | Photo Livio Senigalliesi