La Madonna dell'arco

di Camillo Pasquarelli

Ogni anno, durante il Lunedì in Albis, migliaia di persone prendono parte alla processione verso il Santuario della Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia, una piccola cittadina alle pendici del Vesuvio

La Madonna dell'arco

Fotografie di Camillo Pasquarelli
Testo a cura di Matilde Castagna

Ogni anno, durante il Lunedì in Albis, migliaia di persone compiono un pellegrinaggio al Santuario della Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia, una piccola cittadina alle pendici del Vesuvio

I devoti, localmente conosciuti come “battenti” o “fujenti”, sono organizzati in “paranze”, squadre rappresentative della città o del quartiere di provenienza. Sono in molti a compiere il tragitto a piedi nudi, simulando in qualche modo le sofferenze della passione del Cristo. Il miracolo risale a un giorno di Pasquetta nel XV secolo. Un gruppo di ragazzi stava giocando a pallamaglio nei pressi di un acquedotto romano sul cui arco era raffigurata la Madonna. Avendo sbagliato il colpo, uno di questi, accecato dalla rabbia, lanciò la boccia contro l’immagine sacra. La statua prese allora a sanguinare e il giovane fu impiccato. Sul luogo dell’apparizione fu eretta una cappella, che da allora è la meta del pellegrinaggio. I devoti vestono ritualmente di bianco, simbolo di purezza, e portano sull’abito una fascia azzurra, il colore della Madonna, anche se oggi le divise hanno subito forti rivisitazioni dettate dal gusto moderno. Il culto è particolarmente sentito e diffuso nelle province intorno al capoluogo campano. Nelle ore che precedono l’arrivo al santuario, l’atmosfera è quasi goliardica, tutt’altro che solenne: i fujenti scherzano, mangiano, scherniscono le altre paranze e spesso si azzuffano. Davanti alla chiesa, però, i volti si fanno tesi e severi. Il fervore s’impossessa degli astanti, sostenuto dall’enorme fatica fisica compiuta per raggiungere Sant’Anastasia. Varcata la soglia, i battenti percorrono la navata centrale in ginocchio, a quattro zampe, o strisciando sul pavimento di marmo freddo, cadono in preda a crisi mistiche, gridano con i volti rigati dalle lacrime. A tratti si gettano a terra, scalciando; alcuni perdono i sensi per qualche minuto per poi avviarsi al chiostro dove crollano esausti.

E’ dunque nel rito del Lunedì in Albis che il sacro e il profano s’incontrano, mostrando tracce di culti pagani, in un momento nel quale l’estasi mistica si esprime attraverso forme e gesti estremamente teatralizzati.


Il corpo e il sangue di Cristo

Lidia Baratta

L’antropologo Giovanni Vacca: “Il mito della morte e resurrezione è presente in diverse religioni, ma nel Vangelo è descritto con dovizia di particolari e per questo si presta a essere emulato”

Puntuali, come ogni anno, il sabato santo i vattienti di Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro, percorrono le vie del paese percuotendosi le cosce e le gambe con un disco di sughero ricoperto da 13 schegge di vetro. Tante quanti erano Cristo e gli apostoli. Il sangue scorre a fiumi, colorando le strade di rosso. Qualche ora prima, nella notte del giovedì santo, le stesse immagini si vedono a pochi chilometri di distanza, a Verbicaro, Cosenza. I vattienti vestiti di rosso si colpiscono con il cardiddru, mentre gli uomini intorno soffiano del vino rosso sulle ferite. Passata Pasqua, il giorno dopo, in provincia di Napoli, migliaia di persone si riuniscono per la festa della Madonna dell’Arco. Tra canti, ceri e grandi costruzioni votive, in tanti finiscono in preda a crisi mistiche che sembrano scosse elettriche: urlano, scalciano e invocano la grazia.

Nel Mediterraneo dei mille santi e madonne, la Pasqua è l’occasione privilegiata per mettere in scena riti corporei e sanguinari. Dal meridione d’Italia alla Spagna fino all’America latina. A metà tra religioso e pagano, la passione di Cristo viene riprodotta con rappresentazioni teatrali, processioni ed emulazioni della storia raccontata nel Vangelo. Tradizioni popolari che la Chiesa tollera ma che, in fondo, maldigerisce. Perché se è vero che di religione parliamo, è anche vero che questi riti ruotano tutti intorno al corpo. «Nel mondo popolare, la corporeità viene vissuta in maniera più dirompente, al contrario di quello che vorrebbe la pedagogia cristiana, portata invece a valorizzare l’introspezione», spiega l’antropologo e musicologo Giovanni Vacca, autore di un prezioso volume, Nel corpo della tradizione (Squilibri), in cui spiega e raccoglie i mille rivoli della tradizione popolare religiosa del Mezzogiorno d’Italia.

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SCHEDA AUTORE
Camillo Pasquarelli - campasquarelli.wix.com/fotografia
Fotocamera: Nikon D 750
Obiettivo: Nikkor 24 mm

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