Not going back
di Marco Panzetti
Le immagini dei migranti alla frontiera di Ventimiglia restituiscono il senso di questa odissea senza fine. Chi sopravvive al viaggio deve vedersela con burocrazia e politiche europee
di Marco Panzetti
Le immagini dei migranti alla frontiera di Ventimiglia restituiscono il senso di questa odissea senza fine. Chi sopravvive al viaggio deve vedersela con burocrazia e politiche europee
Fotografie di Marco Panzetti
Le immagini dei migranti alla frontiera di Ventimiglia restituiscono il senso di questa odissea senza fine. Chi sopravvive al viaggio deve vedersela con burocrazia e politiche europee
Il flusso di migranti che sbarca in Italia e si dirige verso l'Europa settentrionale viene bruscamente interrotto dalla polizia francese l'8 giugno 2015 alla frontiera italo-francese di Ventimiglia. Nel giro di pochi giorni si forma al confine un assembramento di 200-300 migranti che, l'11 giugno, la polizia italiana cerca di sgomberare con la forza. Molti resistono e si rifugiano sugli scogli, al riparo dalle cariche, creando un primo improvvisato accampamento.
Da allora sono passati due mesi, e l'accampamento di fortuna si è trasformato in un presidio permanente, una sorta di comunità autogestita retta da un'assemblea di migranti ed attivisti. In questo spazio delimitato dal mar Mediterraneo, la frontiera e la ferrovia per la Francia, i migranti trovano un luogo protetto dove riposarsi, recuperare le forze e, soprattutto, sperimentare nuovamente affetto, amicizia e rispetto dopo giorni, settimane o addirittura mesi di viaggio in condizioni spesso disumane. Si tratta di un luogo unico, dove alla fredda burocrazia dei respingimenti e delle quote, ed alla mancanza di risposte organiche a livello europeo, viene contrapposta una risposta dal basso, basata sulla solidarietà ed i rapporti umani.
Alla frontiera di Ventimiglia, fra infiniti sogni, racconti, speranze ed incertezze, una cosa sola è chiara a tutti e viene ripetuta in continuazione: nessuno tornerà indietro.
di Luca Fazio
Un articolo pubblicato nel giugno scorso dal Manifesto riassume bene cosa è accaduto a Ventimiglia e perché
I migranti sugli scogli sono abbandonati ma non sono soli. Meriterebbero molto di più. Ventimiglia potrebbe diventare la capitale vetrina di questa Europa che non funziona, respinge e uccide. Lo è già ma solo per quei pochi che se ne sono accorti. Quei cinquanta metri di lungomare, tra gli scogli dei Balzi rossi e il confine francese, sarebbero lo scenario perfetto per guardare in faccia quella realtà che la sinistra si limita ad analizzare nei meeting e nelle raffinate analisi del giorno dopo, quando i fatti e le tragedie lasciano sgomenti. La situazione sta precipitando e l’accademia dell’antirazzismo non funziona più, è troppo distante dai luoghi dove le cose accadono con tutte le loro contraddizioni. In una periferia romana o in un quartiere di Treviso, quando si mostrano, si mostrano sempre con gli stessi volti, sono razzisti, sono fascisti, è «gente esasperata». Sembra che non ci sia altro da dire e da fare. Ecco perché Ventimiglia è una eccezione clamorosa che dopo più di cinquanta giorni è già un’occasione persa, per tutti. Se in Italia esistesse ancora un movimento organizzato sinceramente antirazzista, ma anche pezzi disarticolati capaci di mettere a fuoco la situazione, quell’ultimo tratto di via Aurelia diventerebbe il posto dove essere presenti, ogni giorno, per mettere seriamente in difficoltà i governi d’Europa. Gli unici ad averlo capito, testardi, determinati, a modo loro anche ben organizzati, sono quei cinquanta migranti africani che dal 9 giugno si danno il cambio sugli scogli per chiedere al mondo di poter oltrepassare il confine e dirigersi verso nord. Di poter vivere.
Leggi l'articolo completo su Il Manifesto
SCHEDA AUTORE
Marco Panzetti - www.marcopanzetti.com
Fotocamera: Fujifilm X-E1
Obiettivo: Fujinon 18-55mm f/2.8-4 e Fujinon XF35mm 1.4
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Internazionale
The Guardian
Giap