Foto di Anna Alvoni | Piccole Mani
Se la memoria non basta
“La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano possono ritornare.”
Primo Levi
Tra il 25 aprile e il 1° maggio c’è uno spazio che non è solo temporale. È uno spazio morale. Da una parte la memoria della liberazione dal fascismo, dall’altra la memoria delle lotte per il lavoro, la dignità, i diritti. Due ricorrenze che ogni anno tornano a ricordarci una cosa semplice e scomoda: la storia non è mai finita. E soprattutto non è mai garantita.
Eppure, guardando alla situazione internazionale dove le guerre si moltiplicano in linguaggi autoritari che ritornano, mentre i diritti sociali sono erosi lentamente fino a sembrare privilegi, viene da chiedersi se siamo davvero capaci di imparare dalla storia. O se la memoria collettiva sia diventata una cerimonia svuotata, un archivio consultato distrattamente una volta all’anno.
Forse il problema è che immaginiamo la memoria come qualcosa di statico: un monumento, una data, una celebrazione. Ma la memoria non è un deposito. È un esercizio. Un lavoro continuo di costruzione e manutenzione. Non esiste memoria senza relazione, senza racconto, senza corpi che si fanno testimoni.
In fondo siamo fatti proprio di questo: di storia e di storie. Personali e collettive. Ferite intime che dialogano con le fratture del mondo.
È il caso di Joel Javier Luna Prado e del suo progetto fotografico El Tetas, un racconto potente costruito attraverso fotografie d’archivio di famiglia. Immagini che non servono a conservare nostalgicamente il passato, ma a interrogarlo. A entrare nella psiche di una memoria ferita dall’alcolismo, dagli abusi, dall’abbandono. Qui il ricordo non è celebrazione: è un tentativo di esorcizzare, capire, sopravvivere. Le fotografie diventano allora ciò che spesso la memoria è davvero: non prova definitiva, ma terreno instabile in cui si negozia continuamente il senso di ciò che è stato.
In altri casi, la memoria è invece uno strumento politico e civile. Serve a non dimenticare che diritti come la casa, l’infanzia, la famiglia, il lavoro, non sono conquiste naturali né permanenti. Sono il risultato di lotte, sacrifici, conflitti. Basta poco perché vengano messi in discussione. E basta ancora meno perché l’abitudine ci renda incapaci di accorgercene.
Per questo le commemorazioni hanno ancora senso solo se riescono a uscire dalla retorica. Se diventano pratica viva. L’accensione di un cero, una preghiera, un canto libero condiviso in una piazza: gesti piccoli, forse fragili, ma necessari. Perché ci ricordano che la memoria non è fatta di dati accumulati. Non coincide con l’informazione. Non vive automaticamente negli archivi digitali o nei calendari civili. La memoria vive soltanto se qualcuno la alimenta.
Forse il vero rischio del nostro tempo non è dimenticare il passato. È credere di ricordarlo abbastanza senza dovercene prendere cura. Come se conoscere gli errori della storia bastasse a impedirne il ritorno. Ma la storia non si impara una volta per tutte. Si attraversa. Si interpreta. Si difende. Ogni generazione deve decidere da capo che cosa conservare e che cosa lasciare scomparire.
Matilde Castagna
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