Witness Journal 163


Foto di Giampietro Carli | Sarajevo. La memoria che resiste

Il re è nudo

“La recente vittoria dei “NO” al referendum costituzionale rappresenta molto più di un semplice esito elettorale: è il segnale chiaro di una società che fortunatamente non intende rinunciare alla propria voce, né delegare passivamente il proprio futuro a una ristretta élite. È, soprattutto, un momento politico e culturale che merita di essere letto attraverso una lente più ampia, capace di cogliere le connessioni profonde con ciò che sta accadendo nel mondo.

In questo scenario, colpisce in modo particolare il ruolo dei giovani. Spesso descritti come disillusi o distanti dalla politica, hanno invece dimostrato una capacità di mobilitazione e una lucidità critica che smentiscono tutti gli stereotipi. La loro partecipazione al voto e il loro orientamento netto contro una riforma percepita come accentratrice di un potere invasivo e interessato, raccontano una generazione che rifiuta la deriva autoritaria e la normalizzazione della repressione. Non si tratta solo di difendere assetti istituzionali, ma di affermare un’idea di democrazia viva, partecipata, non piegata agli interessi di pochi.

Questo fermento non è isolato. In diverse parti del mondo, le manifestazioni “no kings” stanno assumendo un significato simbolico potente: il rifiuto di ogni forma di potere incontrollato, che si presenti sotto le sembianze di leadership carismatiche, oligarchie economiche o sistemi politici chiusi. È una protesta che parla lingue diverse ma condivide un messaggio comune: nessuno deve essere al di sopra del controllo democratico, nessuno può governare senza rispondere alle persone.

A questa tensione verso una maggiore giustizia e partecipazione si contrappone però una realtà globale segnata da profonde contraddizioni. Le guerre continuano a devastare territori e popolazioni, spesso giustificate con retoriche di sicurezza o stabilità, ma alimentate da interessi economici e geopolitici che arricchiscono pochi e impoveriscono molti. Il costo umano è incalcolabile e altrettanto grave è il prezzo pagato dall’ambiente: ecosistemi distrutti, risorse depredate, territori resi invivibili. È difficile non vedere come questo modello sia parte di un sistema economico che produce disuguaglianza strutturale, scaricando sulle persone e sul pianeta il peso della propria sostenibilità.

In questo contesto, appare quasi paradossale la rinnovata corsa allo spazio, il desiderio di tornare sulla Luna, come simbolo di progresso e conquista. Ma quale progresso può dirsi tale se non è accompagnato da una maggiore giustizia sulla Terra? Quale conquista ha valore se ignora le condizioni di vita di milioni di persone e la fragilità dell’ambiente che ci ospita?

La vittoria dei “NO” può allora essere letta come un invito a rimettere ordine nelle priorità. Prima di guardare alle stelle, è necessario tornare con i piedi per terra: rafforzare le istituzioni democratiche, ascoltare le nuove generazioni, contrastare le disuguaglianze e costruire un modello di sviluppo più umano e sostenibile. Non si tratta di rinunciare al futuro, ma di ridefinirlo, partendo da ciò che conta davvero. Questo voto non chiude un capitolo, forse però ne apre uno nuovo. Un capitolo in cui la partecipazione torna al centro, la politica è chiamata a rispondere e la società, guidata anche dalla voce dei più giovani, rivendica il diritto di decidere non solo come vivere, ma anche in quale mondo farlo. 

Matilde Castagna


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Foto di Fiorella Pecorari | Armenia