Witness Journal 161


Foto di Marco Marucci | Afghanistan. La guerra del clima

L’anno che verrà.

Il nuovo anno si è aperto su scenari che, fino a poco tempo fa, sembravano impensabili. L’attacco statunitense al Venezuela, con la cattura del suo presidente, e le violenze esplose a Minneapolis durante operazioni federali di sicurezza hanno segnato simbolicamente l’ingresso nel 2026: un inizio che parla di forza, di rottura delle regole, di una soglia oltrepassata quasi senza più scandalo.

In questo paesaggio si staglia il profilo dei nuovi autoritarismi. Non si proclamano nemici della democrazia: se ne appropriano retoricamente mentre ne smantellano le fondamenta. Parlano di popolo, di ordine, di sicurezza. Ma dietro questa narrazione si consuma lo scambio più pericoloso: libertà in cambio di protezione. In nome di una sicurezza dichiarata, si normalizzano controlli, censure, accentramenti di potere e violazioni sistematiche dei diritti civili. È un modello ormai diffuso – dagli Stati Uniti di Trump all’Europa di Orbán e Meloni – che non abolisce la democrazia, la svuota dall’interno.

Questo slittamento autoritario non avviene nel vuoto. Mentre le grandi potenze rivendicano il diritto di intervenire, il mondo è attraversato da guerre che non conoscono tregua. Gaza continua a essere il teatro di una catastrofe umanitaria permanente, l’Ucraina resta intrappolata in un conflitto di logoramento che ridisegna gli equilibri globali, il Sudan sprofonda in una guerra dimenticata che colpisce soprattutto i civili. A questi fronti si aggiungono le crescenti minacce contro l’Iran, dove alle proteste interne della popolazione si intrecciano pressioni esterne e ingerenze interessate degli Stati Uniti e dei loro alleati, in un gioco geopolitico che poco ha a che fare con la tutela dei diritti dei cittadini iraniani.

Anche le nostre città non sono estranee a questo clima. Mentre Milano si prepara ad accogliere le Olimpiadi, l’enfasi sulla sicurezza e l’arrivo dell’ICE solleva interrogativi inquietanti: fino a che punto siamo disposti a comprimere diritti e spazi democratici in nome di eventi, emergenze o paure costruite?

Tutto questo converge in una crisi più ampia: la non sostenibilità del modello economico e politico dominante. Insostenibile ambientalmente, perché consuma risorse e futuro; insostenibile economicamente, perché concentra ricchezza e precarizza milioni di vite; insostenibile democraticamente, perché governa attraverso l’eccezione permanente; insostenibile sul piano della giustizia e dei diritti civili, sempre più subordinati a interessi strategici e di potere.

In questo contesto, l’augurio per l’anno che viene non può essere rituale. È una presa di posizione: pace e disarmo per il nuovo a venire, maggiore giustizia, minore ipocrisia, più diritti civili e meno autoritarismo. Perché la democrazia non resti una parola svuotata, ma torni a essere una promessa mantenuta.

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Foto di Alice Stracca | Benares: tra sacro e terreno