Witness Journal 143

Witness Journal 143

#WJ142, Il nuovo numero con i lavori di Paula Jesus, Andrea Chierici, Lello Fargione, Alessanro Mirai e
Flavia Todisco.

Una tempesta perfetta

Stiamo attraversando un periodo storico che offre così tanti spunti di riflessione al punto da rendere difficile anche sceglierne uno solo su cui concentrarsi. Sul piano internazionale si profila un quadro da “tempesta perfetta”: dopo due anni di guerra in Ucraina la situazione è ben lontana da una soluzione diplomatica e militarmente le cose non vanno come sperato dalla NATO. Putin al momento sembra godere di ottima salute mentre altrettanto non si può dire per i suoi oppositori, sistematicamente eliminati in un modo o nell’altro, così da garantirsi l’ennesimo plebiscito “democratico” nelle imminenti elezioni.

Dal 7 ottobre, il conflitto Ucraino è stato oscurato dall’attacco di Hamas e dalla successiva operazione militare israeliana su Gaza, tuttora in corso con decine di migliaia di vittime civili. Una tragedia umanitaria della quale però, in Italia come in altri Paesi, è difficile perfino parlare perché ormai si è radicalizzato anche il dibattito: o stai con una parte o stai con l’altra. Se esprimi vicinanza alle vittime palestinesi o critichi gli effetti collaterali della reazione militare vieni bollato come antisemita, se ricordi le vittime israeliane invece si viene accusati di sionismo. Se sei pacifista sei solo un povero illuso.

Non c’è più spazio per analisi degne di questo nome: è tutto bianco o nero.
Dagli States arriva in Europa il riflesso di un’America spaccata, divisa, debole, quando non addirittura fragile e che si avvicina a passi svelti a un appuntamento elettorale cruciale non solo per il suo futuro ma anche per quello dell’eterna incompiuta al di là dell’Atlantico, l’Unione Europa. Un piuttosto probabile ritorno di Trump alla Casa Bianca aprirebbe scenari ancora più cupi sul vecchio continente, almeno stando ai proclami elettorali del tycoon, nonché a quanto già sperimentato durante la sua prima presidenza.

In Italia, la situazione non è certo migliore e il campionario va dal populismo salvinista, alle manganellate di Pisa e Firenze, passando per un esecutivo che gode di un’ampia maggioranza ma in cui i rapporti interni sono sempre più tesi. La vittoria delle opposizioni in Sardegna, in questo senso, racconta più le difficoltà della maggioranza che non il successo del campo largo, anche perché basta la matematica di base per capire che è più facile vincere sommando tra loro due elettorati differenti che non il contrario. Perché il test sardo diventi davvero un’alternativa occorre creare una piattaforma politica condivisa e credibile, ammesso che sia possibile farlo.

Una vera buona notizia, infine, viene dallo sport. A smentire tutti i Vannacci d’Italia e il malcelato razzismo di cui vanno fieri, ci hanno pensato le lacrime di gioia dei nostri campioncini di atletica e il loro carico di medaglie. Belli, forti, tosti, italianissimi e dalla pelle finalmente di colore diverso dal mio bianco pallido.

La redazione


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