Voci dal Nepal, la Gen Z che ha cambiato il Paese

“Voices Shaping Nepal – Le voci del Nepal che cambia” sarà inaugurata venerdì 18 settembre 2026 alle ore 19.30 a Palazzo Scammacca, Catania.

I manifestanti festeggiano dopo aver dato fuoco al palazzo Singha Durbar, martedì 9 settembre 2025. (Foto/Niranjan Shrestha)

Dal 18 settembre all’11 ottobre Palazzo Scammacca, a Catania, ospita “Voices Shaping Nepal – Le voci del Nepal che cambia”, mostra fotografica collettiva dedicata alla protesta della Gen Z nepalese del settembre 2025. Trentotto immagini di sette fotografi nepalesi, accompagnate dai testi di tre autrici, raccontano le piazze, la violenza, il dolore e la speranza di una generazione che ha messo in discussione un intero sistema politico e sociale.


La mostra

“Voices Shaping Nepal – Le voci del Nepal che cambia” sarà inaugurata venerdì 18 settembre 2026 alle ore 19.30 a Palazzo Scammacca, Catania. All’inaugurazione interverranno la curatrice e fotografa Valentina Brancaforte, la giornalista Clara Valenzani (Corriere della Sera, Vanity Fair, Azione Svizzera) e la scrittrice Giovanna Lombardo, che accompagneranno il pubblico alla scoperta del progetto e dei suoi retroscena visivi e concettuali.

La mostra sarà visitabile gratuitamente fino all’11 ottobre 2026, ogni sabato e domenica dalle 17 alle 19.

Sette fotografi e fotogiornalisti nepalesi costruiscono attraverso i loro sguardi un racconto collettivo della protesta. Le loro immagini, pubblicate anche da testate internazionali come Reuters, Associated Press, The Guardian, The New York Times, The Washington Post e The Wall Street Journal, non si limitano a documentare gli scontri: cercano le persone dentro gli eventi, seguono la rabbia, la paura, il dolore e i gesti di solidarietà.

È l’8 settembre 2025. A Kathmandu, capitale del Nepal, fin dalle prime ore del mattino una folla comincia a radunarsi a Maitighar Mandala, nei pressi del Parlamento. Il numero dei partecipanti cresce rapidamente, fino a raggiungere circa 30 mila persone, molte più di quelle previste dalle autorità. Sono soprattutto giovani della Gen Z, alcuni ancora in divisa scolastica. Molte sono donne. Tra la folla compare la bandiera a doppio triangolo del Nepal.

A unirli è soprattutto un sentimento: l’esasperazione. La disoccupazione, la corruzione, il deterioramento dei servizi pubblici, il nepotismo e le disuguaglianze alimentano da tempo il malcontento di una generazione che fatica a immaginare il proprio futuro.

Nelle settimane precedenti la protesta si era già spostata sui social network. I giovani avevano iniziato a contestare pubblicamente privilegi e favoritismi, prendendo di mira anche i cosiddetti nepo-baby. La risposta del governo era stata il blocco di 26 piattaforme digitali, tra cui Facebook, Instagram, YouTube, X e Snapchat, motivato dalle autorità con la mancata conformità alle disposizioni del Ministero della Comunicazione. Ma il tentativo di limitare la comunicazione non ferma la mobilitazione: attraverso canali alternativi, i giovani continuano a organizzarsi e si danno appuntamento per l’8 settembre.

Quel giorno la folla marcia verso il Parlamento. Davanti ai manifestanti ci sono polizia e barricate. Lo scontro è rapido e la protesta, inizialmente pacifica, degenera. Fumogeni, cannoni ad acqua, pietre e bastoni lasciano presto spazio anche alle armi da fuoco. Gli incendi si moltiplicano, così come le vittime. La mobilitazione prosegue nei giorni successivi, fino al 13 settembre, estendendosi anche oltre Kathmandu.

In pochi giorni il Paese precipita in una crisi politica e sociale senza precedenti recenti: decine di morti, migliaia di feriti, carceri assaltate, trasporti paralizzati. Il governo crolla e il primo ministro K.P. Sharma Oli si dimette. Dopo una fase di transizione, nel marzo 2026 le elezioni parlamentari anticipate portano alla nomina di un nuovo primo ministro, l’ingegnere ed ex rapper Balendra Shah.

Un manifestante della Gen Z tiene in mano un cartello in cui chiede giustizia sociale, in piedi davanti a un veicolo in fiamme, dopo che la polizia ha aperto il fuoco sugli studenti in marcia verso il Parlamento, uccidendone almeno 23 in un solo giorno, l’8 settembre 2025. (Foto/Monika Malla)

Il percorso espositivo attraversa le diverse fasi di una mobilitazione che ha trasformato profondamente il Paese. C’è la rabbia di chi non arretra davanti al fuoco, l’energia di una folla che invade le strade, la violenza degli scontri, ma anche il lutto, la cura e la solidarietà. Le fotografie restituiscono una protesta fatta di corpi e di volti, di mani che in un momento impugnano armi e in un altro si tendono verso l’altro, cercando una possibilità di futuro.

La mostra diventa così anche un’indagine sulle cause profonde della rivolta e sulle sue conseguenze. Non soltanto un racconto del Nepal, ma una riflessione su un fenomeno più ampio. Negli ultimi anni mobilitazioni guidate o fortemente sostenute dalle nuove generazioni hanno attraversato Paesi diversi, dal Bangladesh al Togo, dal Kenya al Madagascar, dal Marocco all’Indonesia. Contesti differenti, ma attraversati da richieste che presentano elementi comuni: maggiore trasparenza delle istituzioni, contrasto alla corruzione e al nepotismo, condizioni di lavoro dignitose, servizi pubblici accessibili e la possibilità per le giovani generazioni di costruire il proprio futuro.

Anche i simboli attraversano i confini. In Indonesia, per esempio, durante le proteste è comparsa la bandiera dei pirati di One Piece, divenuta un segno di riconoscimento e di dissenso capace di parlare a una generazione globale.

“Voices Shaping Nepal” racconta quindi una protesta, ma soprattutto interroga il suo impatto. Parla di coralità, di partecipazione e di conflitto, ma anche della capacità delle comunità di sostenersi e riconoscersi reciprocamente. È un percorso che procede dalla distruzione alla costruzione, dallo scardinamento di vecchi equilibri alla ricerca di nuove fondamenta.

L’immagine conclusiva della mostra è quella di un ponte: qualcosa che collega ciò che è stato a ciò che potrebbe essere. Ancora una volta, una mano diventa il simbolo di un’intenzione comune.

Ed è proprio qui che il racconto fotografico lascia spazio a una domanda. In un mondo che sembra spesso riproporre disuguaglianze, crisi e schemi già conosciuti, quanto può ancora incidere una mobilitazione collettiva? E soprattutto: le battaglie di una generazione possono davvero trasformare in profondità la società?

Un manifestante esulta dopo aver appiccato fuoco al palazzo Singha Durbar, sede degli uffici governativi del Nepal. (Foto/Niranjan Shrestha)