Yarmouk: l’ultimo campo
WJ#156«Il campo profughi di Yarmouk è il cerchio più profondo dell’inferno. È un campo profughi che comincia a sembrare un campo di sterminio […] Non possiamo semplicemente stare in attesa e vedere un massacre che si realizza.»
(Ban Ki‑moon, New York, 9 aprile 2015)
Il campo profughi di Yarmouk ha una storia nata 77 anni fa, all’indomani della Nakba palestinese. Anche se ci troviamo in Siria, Yarmouk è in realtà una piccola Palestina: i primi profughi arrivarono nel 1948, quando l’occupazione israeliana iniziò a manifestarsi nei territori, costringendo migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie case e le proprie terre. Circa 700.000 palestinesi furono costretti a fuggire o vennero espulsi, sia prima, che durante la guerra arabo-israeliana del 1948, che seguì la fondazione dello Stato di Israele. Al termine del conflitto, Israele negò loro il diritto al ritorno e migliaia di famiglie furono costrette a ricostruire la propria vita altrove.
Alla sua nascita non si presentava come un “campo profughi” in senso classico, con tendopoli e baracche tipiche di altri campi palestinesi in Siria e non solo, bensì come un quartiere con infrastrutture, scuole, moschee, così densamente popolato da rappresentare un centro economico e di scambio non solo per i palestinesi ma anche per gli stessi siriani.
Il nonno di H. si trasferì in Siria nei primi anni Cinquanta. La sua famiglia proveniva dal distretto di Safad, precisamente dal villaggio di Al-Ja’una. H. è nato a Yarmouk, presso il Palestine Hospital, situato alla fine di Yarmouk Street. Oggi l’ospedale, così come la maggior parte delle infrastrutture, non esiste più: è stato distrutto dai bombardamenti durante la guerra siriana. All’inizio del conflitto, Yarmouk ospitava circa 160.000 persone. Con il tempo, solo una piccola parte è rimasta, affrontando uno degli assedi più mortali e difficili dell’età moderna. L’occupazione dei jihadisti dell’ISIS nel 2015 seminò terrore e morte. Durante gli anni della guerra, il campo fu completamente chiuso, sia in entrata che in uscita e le poche famiglie rimaste all’interno si trovarono in una situazione di estrema difficoltà: da un lato gli attacchi dell’ISIS e l’impossibilità di lasciare le proprie abitazioni, dall’altro la mancanza di cibo e beni di prima necessità.
Camminando per le strade del campo H. mostra sul telefono alcuni video girati lungo le vie principali che alcuni anni fa erano colme di persone, negozi, macchine e bambini con palloncini fra le mani. Ben diversa è la realtà attuale: la polvere che si solleva dalle strade e dai vicoli, le macerie che si accumulano ovunque, danno un senso tangibile di “assenza”. Le difficoltà sono numerose, a cominciare dall’estrema povertà che rende complicato reperire i fondi necessari per la ricostruzione. Sebbene alcune organizzazioni benefiche siano intervenute, sono stati soprattutto gli stessi palestinesi di Yarmouk a contribuire maggiormente. «Alla fine», aggiunge con amarezza H., «tutti ci hanno dimenticati». In mezzo alla distruzione, restano le persone, con la loro dignità, a tenere viva l’identità di un luogo e di un popolo che rischia di essere cancellato.












