Venezia: l’ultimo turno
WJ #162“Venezia è come mangiare tutta in una volta una scatola di cioccolatini al liquore.”
Truman Capote
Se il lavoro serve esclusivamente a sostenere chi consuma la città e non chi la abita, Venezia smette di essere una comunità per farsi parco a tema: un organismo che respira solo per assecondare il passo del forestiero.
Mentre il mondo osserva Venezia attraverso il filtro dorato del romanticismo, esiste una città che si sveglia nel fango e nel rumore dei carrelli. È la Venezia delle braccia, della schiena piegata, del sudore che si mescola alla salsedine. Le immagini di questo reportage non ritraggono monumenti, ma l’ingranaggio umano — spesso invisibile — che impedisce a questo museo a cielo aperto di sprofondare sotto il proprio peso.
Il cuore del problema risiede in un paradosso di sopravvivenza che ha radici demografiche drammatiche. Nel 1951, la Venezia insulare contava 175.000 residenti; oggi siamo scesi sotto la soglia critica dei 49.000. Una città che si svuota dei suoi abitanti diventa un guscio vuoto, un simulacro. Chi lavora tra queste calli spesso non può più permettersi di viverci: il cameriere, il gondoliere, l’addetto alla logistica che vediamo trascinare carichi pesanti su ponti millenari, sono sempre più spesso “pendolari della laguna”. Arrivano dalla terraferma, dai dormitori di Mestre o Marghera, per mettere in scena una città che non appartiene più a loro.
La trasformazione in una “Disneyland” a cielo aperto ha generato una monocultura occupazionale spietata. Se un tempo l’artigianato era l’anima produttiva che sosteneva la comunità, oggi la sopravvivenza di un laboratorio di maschere o di uno squero è legata a doppio filo al flusso turistico. Si pone quindi una domanda necessaria: è sostenibile un ecosistema dove il lavoro serve esclusivamente a nutrire l’industria che sta uccidendo l’identità stessa del luogo?
Venezia è diventata un set cinematografico permanente dove i figuranti sono lavoratori reali, intrappolati in un paradosso: devono preservare la bellezza della città per attirare le masse che, inevitabilmente, rendono la vita quotidiana impossibile per i residenti. Ogni gesto — detergere i portici all’alba, governare un traghetto tra le onde provocate dai motoscafi, riparare una forcola — è un atto di manutenzione di un corpo che sta perdendo l’anima, ma che si ostina a non voler morire. Questi scatti sono la testimonianza di una resistenza silenziosa, la cronaca di chi, nonostante tutto, continua a oliare gli ingranaggi di una macchina bellissima e crudele, che sembra aver dimenticato per chi è stata costruita.













