The Devil’s Gold
WJ #161Le isole di Giava e Sumatra sono le regioni geologicamente più instabili e pericolose della Terra. Qui convergono i due grandi archi di debolezza della crosta terrestre – l’alpino-himalayano e il circumpacifico – che danno come risultante la zona più vulcanica del mondo: circa 500 vulcani, 117 dei quali in attività.
Walter Bonatti
Il Kawah Ijen, nell’est dell’isola di Giava, ospita una delle miniere di zolfo a cielo aperto più dure al mondo. L’oro del diavolo, che trasuda dalle profondità della terra, è una ricchezza gialla e velenosa che brucia gli occhi e corrode i polmoni, ma che per poche decine di uomini rappresenta ancora l’unica possibilità di guadagnare abbastanza da sostenere le proprie famiglie. All’interno del cratere, infatti, tra gas sulfurei e temperature estreme, una sessantina di minatori, a turno, estraggono ogni giorno blocchi di zolfo solidificato.
Nelle profondità del cratere, i tubi installati vicino alle fumarole convogliano i gas caldi che, a contatto con l’aria, si trasformano in zolfo liquido e poi in cristalli solidi. I minatori li raccolgono con semplici strumenti, spezzandoli e caricandoli in ceste di bambù. Il sentiero che risale il cratere è ripido, instabile e, a tratti, immerso nelle nuvole di gas spinte verso l’alto dal vento. I minatori procedono a piedi, con protezioni minime e brevi pause. Alcuni si fermano sulle rocce per riprendere fiato, altri scambiano poche parole prima di riprendere il cammino verso il bordo. Le condizioni cambiano di continuo: la visibilità può ridursi a pochi metri e il terreno è scivoloso per la polvere di zolfo che ricopre tutto.
L’azienda cinese che gestisce la mina stabilisce il prezzo: i minatori sono pagati in base ai chili trasportati ogni giorno: circa 1.500 rupie al chilo, l’equivalente di appena pochi dollari. La stessa azienda lavora poi lo zolfo per produrre cosmetici, fertilizzanti e acidi industriali per i mercati internazionali.
I momenti di riposo si tengono nelle piccole tende di fortuna vicino all’area di estrazione, dove i minatori si proteggono dal freddo dell’alba e fanno pasti veloci. Lontano dal cratere, emergono i volti delle famiglie che dipendono da questo lavoro: genitori, figli e nonni che vivono nei villaggi ai piedi della montagna.
Lungo il percorso verso il cratere, altri lavoratori guidano le Lambo, piccole carriole usate per trasportare i turisti che non riescono a salire a piedi. È un lavoro parallelo ma legato allo stesso ecosistema economico. Nonostante l’estrema pericolosità, il vulcano resta aperto ai turisti ogni giorno, garantendo un flusso costante di visitatori ed entrate per la regione. Ogni notte, centinaia di persone scalano per ore fino al bordo del cratere per scattarsi selfie con le fiamme blu alle spalle. Dopo diversi incidenti mortali, le autorità indonesiane hanno reso obbligatori certificati medici, maschere antigas e occhiali protettivi, eppure gli incidenti non si sono fermati. Al bordo del cratere, altri minatori vendono piccoli souvenir di zolfo: statuette, animali, cuori. È l’ultimo anello della catena: il minerale che li consuma trasformato in un ricordo turistico, un emblema esotico di bellezza costruito sulla sofferenza.











