Tara, zona di sacrificio

WJ #162

Taranto non è soltanto una città; è un paradigma. Nel 2022, le Nazioni Unite l’hanno ufficialmente inserita tra le “zone di sacrificio” globali, quei luoghi dove la salute umana e l’integrità ambientale vengono sistematicamente obliterate in nome di un presunto interesse strategico nazionale. Se il quartiere Tamburi, con la sua cronaca di polvere rossa e mortalità infantile, ne è il simbolo visibile, il fiume Tara rappresenta oggi l’ultimo fronte di sfruttamento e resistenza ostinata.

Larcheologia del fallimento: 1951, l’anno delle illusioni

La storia moderna di questo corso d’acqua è una stratificazione di promesse tradite. Tutto ha inizio nel 1951, quando il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi giunse alle sorgenti per inaugurare una cartiera. Doveva essere il simbolo della rinascita meridionale, l’alternativa all’emigrazione.

Oggi, quella cartiera è uno scheletro di cemento abbandonato sulla sponda destra del fiume. Un impianto mai entrato in funzione, monumento a una programmazione che ha preferito i simboli alla realtà. Nel decennio successivo, mentre la fabbrica di carta moriva prima di nascere, le infrastrutture idriche dello schema EIPLI venivano completate con un obiettivo diverso: non servire la cartiera, ma alimentare l’insaziabile ciclo di raffreddamento del colosso siderurgico e l’irrigazione intensiva. Per decenni, il Tara ha “donato” fino a 2.000 litri al secondo a un sistema industriale che ha restituito al territorio una contaminazione profonda di aria, suolo e falde.

Il dissalatore: 60 mila metri cubi di nuova emergenza

Sessant’anni dopo, la logica estrattiva non è cambiata, sono solo mutati gli acronimi. Attraverso i fondi del PNRR, l’Acquedotto Pugliese (AQP) ha avviato il progetto per il più grande dissalatore pubblico d’Italia. Un’opera da 100 milioni di euro destinata a trattare le acque salmastre per immettere in rete 60.000 metri cubi di acqua potabile al giorno.

Il prezzo di questa “soluzione” è una ferita aperta nel paesaggio:

  • Il sacrificio vegetale: L’esproprio di terreni e l’abbattimento di oltre 900 ulivi secolari per il passaggio delle condotte.
  • Il rischio ecosistemico: Il disciplinare autorizzativo (PAUR) di settembre 2025 prevede la possibilità di ridurre il deflusso ecologico del fiume fino a 1.000 l/s in caso di crisi. Una soglia critica per la biodiversità di una sorgente millenaria.
  • L’opacità burocratica: A fine 2025, le comunità locali denunciavano ancora vizi di pubblicazione negli atti autorizzativi regionali, sollevando dubbi sulla legittimità di lavori avviati senza una trasparente efficacia giuridica.

Il rito dell’1 settembre: la resistenza del sacro

In questo scenario di “violenza lenta” — una distruzione che avviene gradualmente, fuori dalla vista, dispersa nel tempo e nello spazio — il Tara resta l’unico luogo dove il sacro resiste alla merce. Ogni 1° settembre, la comunità si ritrova per la processione della Madonna del Tara. Non si tratta di una semplice sfilata folkloristica di barche; è un atto di riappropriazione territoriale.

I residenti si immergono nelle acque, ancora miracolosamente limpide a pochi passi dalle cokerie, per curare “i nervi” e lo spirito. Non è solo un rito di purificazione, ma la rivendicazione di un legame ancestrale con un habitat che la logica produttiva vorrebbe ridurre a mera materia prima. Qui che il concetto di “rendere sacro” (sacer facere) si scontra frontalmente con il “rendere sacrificabile” imposto dalle decisioni governative.

Il corpo del fiume: una domanda aperta

Tutto questo ci costringe a guardare il Tara con occhi nuovi. Dobbiamo chiederci: può un fiume essere considerato un semplice magazzino di risorsa idrica? O è, al contrario, un organismo vivente, un sistema di relazioni che possiede diritti propri, indipendenti dalla nostra necessità di estrarre?

Se accettiamo l’idea che un corso d’acqua sia una rete vitale che scorre nel paesaggio come sangue nella carne, allora il dissalatore non è un’infrastruttura, ma un intervento invasivo su un corpo già debilitato da un’emergenza senza fine. Possiamo davvero normalizzare una violenza che non conosce sosta, giustificandola come risposta a minacce indefinite? Qual è il limite oltre il quale la nostra sete di risorse cancella definitivamente la soggettività della natura? Quando smetteremo di trattare il mondo come un oggetto “usa e getta” per riconoscerlo finalmente come parte della nostra stessa famiglia biologica?

Il reportage

Scheda autore

Cosimo Calabrese

Cosimo Calabrese (Taranto, 1985) è un artista visivo la cui ricerca si concentra sulle migrazioni e sui conflitti ecologici. Dopo un’esperienza come fotogiornalista, ha virato verso una pratica più personale e installativa, indagando il rapporto tra uomo, territorio e colonialismo in progetti come Hybris (2018) e la ricerca tuttora in corso Metastasis, focalizzata sull’impatto della grande industria siderurgica a Taranto. Il suo lavoro è stato presentato in importanti istituzioni e festival, tra cui spiccano le esposizioni del progetto Cronache dacqua presso le Gallerie dItalia a Torino e Cortona On The Move (2024-2025) , oltre alla partecipazione a Fondato sul lavoro per Flashback Torino.

English version

Tara, a Sacrifice Zone

Photos and text by Cosimo Calabrese

Taranto is not merely a city; it is a paradigm. In 2022, the United Nations officially included it among the world’s “sacrifice zones,” places where human health and environmental integrity are systematically obliterated in the name of a presumed national strategic interest. If the Tamburi district—with its chronicle of red dust and infant mortality—is the visible symbol, the Tara River today represents the latest frontier of exploitation and stubborn resistance.

The archaeology of failure: 1951, the year of illusions

The modern history of this watercourse is a stratification of broken promises. It began in 1951, when Prime Minister Alcide De Gasperi arrived at the springs to inaugurate a paper mill. It was meant to symbolize the rebirth of southern Italy, an alternative to emigration.

Today, that paper mill is a skeleton of abandoned concrete on the river’s right bank—an industrial plant that never entered into operation, a monument to planning that favored symbolism over reality. In the following decade, while the paper factory died before being born, the water infrastructures of the EIPLI scheme were completed with a different objective: not to serve the mill, but to feed the insatiable cooling cycle of the steel giant and intensive irrigation. For decades, the Tara “gave” up to 2,000 liters per second to an industrial system that returned to the territory deep contamination of air, soil, and groundwater.

The desalination plant: 60,000 cubic meters of a new emergency

Sixty years later, the extractive logic has not changed—only the acronyms have. Through PNRR funds, Acquedotto Pugliese (AQP) has launched the project for the largest public desalination plant in Italy: a 100-million-euro facility designed to treat brackish water and feed 60,000 cubic meters of drinking water per day into the network.

The cost of this “solution” is an open wound in the landscape:

Vegetal sacrifice: The expropriation of land and the uprooting of more than 900 centuries-old olive trees to make way for pipelines.

Ecosystemic risk: The September 2025 authorization decree (PAUR) allows for reducing the river’s ecological flow to as low as 1,000 liters per second in times of crisis—a critical threshold for the biodiversity of a millennia-old spring.

Bureaucratic opacity: By the end of 2025, local communities were still denouncing irregularities in the publication of regional authorization acts, raising doubts about the legitimacy of works initiated without fully transparent legal effectiveness.

The ritual of September 1st: the resistance of the sacred

In this scenario of “slow violence”—a destruction that occurs gradually, out of sight, dispersed across time and space—the Tara remains the only place where the sacred resists commodification. Every September 1st, the community gathers for the procession of the Madonna del Tara. It is not a mere folkloric parade of boats, but an act of territorial reappropriation.

Residents immerse themselves in waters that remain miraculously clear just steps away from the coke plants, seeking relief for their “nerves” and their spirit. It is not only a rite of purification, but the assertion of an ancestral bond with a habitat that productive logic seeks to reduce to raw material. Here, the concept of “making sacred” (sacer facere) collides head-on with the “making expendable” imposed by governmental decisions.

The body of the river: an open question

All this compels us to look at the Tara with new eyes. We must ask ourselves: can a river be considered merely a warehouse of water resources? Or is it, instead, a living organism—a system of relationships possessing rights of its own, independent of our need to extract?

If we accept the idea that a watercourse is a vital network flowing through the landscape like blood through flesh, then the desalination plant is not an infrastructure but an invasive intervention on a body already weakened by an unending emergency. Can we truly normalize a violence that knows no pause, justifying it as a response to indefinite threats? What is the limit beyond which our thirst for resources permanently erases nature’s subjectivity? When will we stop treating the world as a disposable object and finally recognize it as part of our own biological family?