Sarajevo. La memoria che resiste

WJ #163

Sarajevo è una città multietnica capace di affrontare con dignità le sofferenze di un recente passato che pone ancora tanti punti interrogativi sul perché di quegli anni di odio e incomprensioni. Crocevia di culture, religioni e identità, la capitale della Bosnia ed Erzegovina continua a custodire nella sua quotidianità le tracce di una storia complessa, stratificata, mai del tutto pacificata.

A causa dell’inizio della guerra in Jugoslavia, il 6 aprile 1992 la città venne accerchiata ed in seguito assediata dalle forze serbo-bosniache. L’assedio di Sarajevo, durato fino all’ottobre del 1995, è stato il più lungo nella storia contemporanea europea. Oltre tre anni di bombardamenti, cecchini, isolamento, paura. La guerra ha portato distruzione su larga scala, migliaia di vittime civili e una fortissima percentuale di emigrazione, modificando per sempre l’equilibrio demografico e sociale della città.

La ricostruzione dell’intera Bosnia ed Erzegovina è iniziata a partire dal marzo del 1996, subito dopo la fine del conflitto. Il centro storico ottomano e la parte ottocentesca, di impronta austro-ungarica, oggi appaiono in gran parte rimessi a nuovo: moschee, chiese, cattedrali e sinagoghe tornano a condividere lo stesso orizzonte urbano, raccontando la vocazione plurale della città. Ma la memoria non è cancellata. I segni più evidenti della guerra si trovano ancora in quartieri come Novo Sarajevo, dove molti edifici portano sulle facciate le cicatrici dei colpi di mortaio e accanto alle strutture distrutte sorgono cantieri di nuovi centri commerciali e spazi destinati ai servizi.

Sarajevo vive così in una tensione costante tra passato e futuro. Le antiche tradizioni restano forti, tramandate di padre in figlio soprattutto nelle aree rurali e nei quartieri più periferici. Allo stesso tempo, le nuove generazioni di studenti universitari guardano al resto d’Europa come a un orizzonte possibile, un traguardo per ampliare i propri confini di interesse, cercare lavoro, immaginare esperienze di vita diverse.

In questa città sospesa tra memoria e desiderio, la resilienza non è una parola astratta ma una pratica quotidiana. Sarajevo continua a interrogarsi sul proprio passato, senza smettere di costruire il proprio domani.

Il reportage


Foto 01.
La città di Sarajevo, situata in una valle, facilitava il tiro da parte dei cecchini armati durante l’assedio, appostati sulle alture circostanti, rendendo ogni movimento a cielo aperto estremamente pericoloso per i civili.

The city of Sarajevo, located in a valley, facilitated the firing of armed snipers during the siege, who were stationed on the surrounding hills, making any movement in the open extremely dangerous for civilians.


Foto 02.
Le Rose di Sarajevo simboleggiano i fori sull’asfalto provocati dai proiettili di mortaio durante l’assedio.

The Sarajevo Roses symbolize the holes in the asphalt caused by mortar shells during the siege.


Foto 03.
Museo dei Crimini contro l’Umanità e del Genocidio 1992-1995

Museum of Crimes against Humanity and Genocide 1992–1995


Foto 04.
Il cimitero di Alifakovac è il più grande e antico di Sarajevo. È in uso dal XV secolo.

The Alifakovac Cemetery is the largest and oldest in Sarajevo. It has been in use since the 15th century.


Foto 05.
Le forze ONU intervenute per proteggere la popolazione.

UN forces intervened to protect the population.


Foto 06.
Sarajevo è un mosaico architettonico. Molti palazzi storici recano ancora le ferite della guerra.

Sarajevo is an architectural mosaic. Many historic buildings still bear the scars of war.


Foto 07.
Piccola compagnia di donne sorridenti di ritorno dal lavoro in fabbrica.

A small group of smiling women returning from work in the factory.


Foto 08.
Admir è un artigiano molto conosciuto a Sarajevo, la sua specialità è la lavorazione dei metalli leggeri.

Admir is a well-known craftsman in Sarajevo; his specialty is working with light metals.


Foto 09.
Raduno mensile dell’Associazione Veterani di guerra Brigata Armija.

Monthly gathering of the Armija Brigade War Veterans Association.


Foto 10.
Copie in rame povero di munizioni trasformate in souvenir.

Low-quality copper copies of ammunition turned into souvenirs.


Foto 11.
La Lista preliminare delle persone scomparse o uccise a Srebrenica compilata dalla Commissione Bosniaca delle Persone Scomparse contiene 8.372 nomi.

The preliminary list of persons missing or killed in Srebrenica, compiled by the Bosnian Commission on Missing Persons, contains 8,372 names.


Foto 12.
Il punto panoramico The Yellow Fortress, arroccato sopra il centro storico di Sarajevo.

The Yellow Fortress lookout point, perched above Sarajevo’s old town.


Foto 13.
Fedeli in attesa della preghiera collettiva nella moschea musulmana di Džemat Čekrekčije.

Worshippers awaiting collective prayer at the Džemat Čekrekčije Muslim mosque.


Foto 14.
Il fiume Neretva è noto per le sue acque color smeraldo che creano un forte contrasto con la pietra bianca del ponte ottomano di Mostar.

The Neretva River is known for its emerald waters, which create a striking contrast with the white stone of Mostar’s Ottoman bridge.


Foto 15.
La Piazza Baščaršija è il simbolo della capitale ed è spesso identificata come la piazza dei piccioni.

Baščaršija Square is the symbol of the capital and is often referred to as Pigeon Square.


Foto 16.
Una giovane studentessa fotografa un gatto immobile su un albero attratto dal suono di musiche popolari in lontananza.

A young student photographs a cat standing motionless in a tree, attracted by the sound of folk music in the distance.


Foto 17.
La Moschea Muslihudin Čekrekčija, situata in Kovači 6 a Sarajevo, è storicamente significativa per il suo ricco patrimonio culturale.

The Muslihudin Čekrekčija Mosque, located at Kovači 6 in Sarajevo, is historically significant for its rich cultural heritage.


Foto 18.
Le migliaia di luci notturne a Sarajevo evocano immagini intense, indelebili nella memoria del suo recente passato.

The thousands of night lights in Sarajevo evoke intense, indelible images of its recent past.

Scheda autore

Giampietro Carli

Giampietro Carli è nato e cresciuto a Caorle. Sin dalla giovane età l’arte e la fotografia hanno rappresentato un interesse più forte della semplice curiosità. Terminati gli studi ed aperta una propria attività nel settore del turismo, si ritaglia spazio per raccontare attraverso le fotografie storie di persone e tradizioni. Il reportage fotografico è l’insieme del processo comunicativo in cui sente di esprimere il massimo di sé stesso per gli altri.

Fotocamera: Fuji x100V, Fuji XT5
Obiettivo: Fuji 35 mm f1.4, Fuji 18 mm f1.4

English version

Sarajevo.  The memory that endures

Photo and text by Giampietro Carli 

Sarajevo is a multi-ethnic city capable of facing with dignity the suffering of a recent past that still raises many questions about the origins of those years of hatred and misunderstanding. A crossroads of culture, religion, and identity, the capital of Bosnia and Herzegovina continues to harbor in its daily life the traces of a complex, multi-layered, and never-quite-peaceful history.

Due to the outbreak of the war in Yugoslavia, on April 6, 1992, the city was surrounded and subsequently besieged by Bosnian-Serb forces. The siege of Sarajevo, which lasted until October 1995, was the longest in modern European history. Over three years of bombing, snipers, isolation, and fear, the war led to widespread destruction, thousands of civilian casualties, and a significant rate of emigration, continually altering the city’s demographic and social balance.

Reconstruction of Sarajevo and of the entire Bosnia and Herzegovina began in March 1996, immediately after the end of the conflict. The Ottoman historic center and the 19th-century Austro-Hungarian portion today appear largely restored: mosques, churches, cathedrals, and synagogues once again share the same urban skyline, reflecting the city’s diverse vocation. But the memory has not been erased. The most evident signs of the war are still found in neighborhoods like Novo Sarajevo, where many buildings bear the scars of mortar fire on their facades, and construction sites for new shopping centers and service areas rise alongside the destroyed structures.

Sarajevo thus lives in a constant tension between past and future. Ancient traditions remain strong, passed down from father to son, especially in rural areas and the more peripheral neighborhoods. At the same time, new generations of university students look to the rest of Europe as a possible horizon, a goal to broaden their horizons of interest, seek employment, and imagine different life experiences.

In this city suspended between memory and desire, resilience is not an abstract word but a daily practice. Sarajevo continues to question its past, without ceasing to build its tomorrow.