Lungomare Catulo, s.n.c.
WJ #164Dal porticciolo turistico di Ostia, superati il pontile e la rotonda, il lungomare si distende per diversi chilometri verso sud. Per molti romani è un luogo legato a passeggiate e aperitivi vista mare. Ma basta spostare lo sguardo verso l’interno per accorgersi che quella strada è anche uno spartiacque tra due realtà. Qui vive infatti una piccola comunità di persone senza fissa dimora, stabilmente insediate in camper e roulotte fatiscenti, tra rifiuti, odori forti e segni evidenti di una sopravvivenza quotidiana. È un mondo che non si lascia avvicinare facilmente, eppure, con il tempo, qualcosa si apre e lascia emergere una diversa normalità.
Le storie si rivelano lentamente, mai del tutto verificabili ma sempre cariche di una propria verità. Ognuno ha un passato frammentato e un presente costruito giorno per giorno, mentre il futuro resta un concetto lontano. La vita si organizza in piccoli gruppi, per combattere la solitudine e proteggersi a vicenda. Molti hanno dipendenze, altri portano con sé ferite invisibili. Alcuni nomi restano sconosciuti, altri invece emergono con forza, come quello di Chris.
Chris è tedesco, vive in Italia da molti anni. Abita tra due vecchi camper disposti a L, in uno spazio che ha trasformato in una sorta di casa: un giardino improvvisato, oggetti recuperati, piante curate, coltelli tenuti a portata di mano. Due cani, Laura e Mina, sorvegliano l’ingresso. «Mi fido dei miei cani. Se vai bene a loro, vai bene anche a me», dice.
Ha cinque figli, ma mantiene un rapporto solo con una di loro. Sa di avere un’alternativa, una casa e una famiglia, ma teme di tornarci e ripetere gli stessi errori. Ha scelto una libertà dura, imperfetta, ma sua. Entrare nel suo spazio è stato un processo lento. Inizialmente rifiutava il dialogo e la fotografia, poi ha iniziato a concedere piccoli varchi. Dietro il disordine apparente emergeva un equilibrio fragile: cura, ordine nascosto, attenzione ai dettagli. Le piante vive, gli oggetti riparati, i cani accuditi. Una forma di resistenza quotidiana.
Nel tempo sono tornato più volte, non solo per fotografare ma per ascoltare. Le immagini hanno iniziato a restituire ciò che inizialmente era solo intuizione: non solo degrado, ma anche gesti minimi di cura e dignità. In contesti estremi, anche i dettagli diventano significativi. Questo lavoro ha modificato il mio sguardo. Anche nelle condizioni più difficili possono coesistere dignità, volontà e ironia, spesso invisibili ma presenti.
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Questo racconto è tratto da Oltre un primo sguardo, un libro pubblicato da Massimo Podio in cui la fotografia diventa strumento di osservazione e comprensione della realtà. Un progetto che attraversa carcere, periferie, comunità migranti e famiglie fragili e si sviluppa in nove reportage realizzati a Roma e dintorni, articolati in tre aree — vite ai margini, vite parallele e stra-ordinarie. Le immagini restituiscono, i testi approfondiscono, le interviste danno voce a chi raramente viene visto e ascoltato. Oltre un primo sguardo è un invito a rallentare e accogliere la complessità, perché è nello scarto tra ciò che vediamo subito e ciò che scegliamo di comprendere che le storie iniziano davvero a esistere.















