Il confine d’ombra
WJ #165So come gli uomini in esilio si nutrano con sogni di speranza.
(Eschilo)
I giorni di fine settembre 2023 sono i giorni della caduta dell’Artsakh, uno Stato a sovranità limitata, noto anche come Nagorno Karabakh, che si era proclamato indipendente dall’Azerbaigian ma era stato riconosciuto ufficialmente solo da tre Paesi membri dell’ONU. Tra il 19 e il 20 settembre, un’improvvisa offensiva dell’esercito azero aveva costretto migliaia di armeni ad abbandonare le proprie case; nel giro di pochi giorni, la quasi totalità della popolazione avrebbe trovato rifugio a ovest, in Armenia, in province come il Syunik. L’Artsakh, una regione a forte prevalenza armena, è rivendicata dall’Azerbaigian sin dall’indipendenza dei due Paesi, al termine del primo conflitto mondiale. Attualmente, il governo dello Stato si trova in esilio in Armenia. Da allora, il confine si è trasformato in uno spazio sospeso, attraversato da storie di fuga e attesa.
Ho lavorato principalmente nei dintorni della cittadina di Goris, uno dei primi punti di arrivo in Armenia attraverso il corridoio di Lachin. Qui, e nei villaggi vicini alla linea di confine, ho incontrato famiglie che cercavano di ricostruire una quotidianità provvisoria, spesso all’interno di case povere o condivise, in condizioni semplici ed essenziali. Le abitazioni, riscaldate da stufe a legna e arredate in modo minimale, restituivano una sensazione di precarietà ma anche di adattamento silenzioso. Molte di queste famiglie erano state costrette ad abbandonare i propri beni, compresi oggetti personali come gli album di famiglia, rendendo le loro abitazioni temporanee ancora più spoglie.
Nei primi giorni in Armenia, prima di dirigermi a Goris, ho visitato il cimitero di Yerablur, alle porte di Yerevan. Lì ho avuto una percezione più concreta del costo umano dei conflitti che si sono susseguiti tra Armenia e Azerbaigian. È lì che ho capito che il lavoro doveva approfondirsi e includere anche le famiglie che avevano perso i propri cari. Ho così incontrato e fotografato famiglie in lutto: tra queste, una che piangeva il figlio, militare di carriera morto durante il breve conflitto del 2016, e un’altra che aveva perso il proprio figlio soldato in uno scontro nel 2022. Le immagini si concentrano su queste presenze, sui gesti e sugli spazi che abitano temporaneamente. Più che documentare un evento, il lavoro cerca di restituire una condizione: quella di chi vive in una terra di confine, sospesa, dove la sicurezza rimane fragile e l’idea di casa è diventata incerta. In questo contesto, l’esilio non è più un concetto astratto, ma una realtà concreta, quotidiana.














