Benares: tra sacro e terreno
WJ #161“Varanasi è una città dove la vita ha una tale violenza, una tale evidenza, che sembra quasi che la morte non esista, o che sia soltanto una sua forma.”
Pier Paolo Pasolini
Varanasi, l’antica Benares, è una delle città più antiche e mistiche del mondo. Adagiata sulla riva sinistra del Gange, è famosa per i suoi ghat: una serie di circa ottanta scalinate di pietra che degradano verso il fiume sacro, fungendo da palcoscenico per l’intera vita spirituale e sociale della città. Qui, ogni sera, si celebra la Ganga Aarti, una cerimonia solenne in cui i sacerdoti offrono fuoco e luce alla divinità fluviale tra canti e incenso. Ma Varanasi è celebre soprattutto per i suoi riti mortuari: è il luogo dove ogni induista spera di morire o essere cremato per ottenere il Moksha, la liberazione definitiva dal ciclo delle rinascite.
Oltre la facciata dei grandi riti e dei turisti, esiste una città che pulsa di una vita cruda e resiliente Lontano dal fumo delle pire, il cuore di Varanasi batte nei suoi vicoli e nei cortili interni, dove il lavoro è ancora fisico e ancestrale. Vediamo gli uomini impegnati nel lavaggio manuale dei tessuti, un processo meticoloso fatto di acqua, sapone e forza bruta contro la pietra. Poco distante, enormi sacchi bianchi colmi di tessuti e materie prime saturano i magazzini, pronti per essere spediti, a testimonianza di un’economia tessile che non riposa mai.
La convivenza con gli animali è totale, quasi simbiotica. Bufali e capre sono veri e propri coinquilini che occupano stanze e cortili, riposando all’ombra di condizionatori o accanto a sedie di plastica, in un contrasto surreale tra modernità e tradizione rurale. All’interno di questa routine umana, incrociamo lo sguardo di una donna che applica il sindoor allo specchio, anziane in sari dai colori vibranti che osservano il passaggio e giovani che praticano la lotta Kushti nella terra, un’antica disciplina che richiede sacrificio e devozione assoluta.
Varanasi appare come un ecosistema complesso dove ogni spazio, anche il più angusto, è funzionale. Un muro scrostato diventa lo sfondo per un momento di riposo; un cortile fangoso si trasforma nel centro di produzione del cibo per il bestiame. In questo reportage, la “Città della Luce” rivela la sua anima più autentica: quella di un luogo dove la sopravvivenza è un’arte quotidiana, praticata con una pazienza che sembra eterna, proprio come il fiume che la bagna.














