Armenia: tra spiritualità e memoria

WJ #163

“Durante tutta la nostra storia abbiamo combattuto per la libertà, per la sovranità e per avere uno Stato che tante volte abbiamo perso” (Vahagn Khachaturyan)

L’Armenia è un’immersione profonda nella storia e nella memoria. Una memoria stratificata, che attraversa i secoli e si manifesta con forza nel presente: dalla solennità delle antiche chiese in pietra alla modernità della capitale Erevan, passando per le tracce, ancora visibili, dell’epoca sovietica e per le ferite, profonde e recenti, lasciate dalle guerre e dalla perdita di territori e vite umane.

Al centro di questa memoria collettiva si colloca il genocidio armeno, ricordato ogni anno il 24 aprile. Tra il 1915 e il 1916, sotto il governo dell’Impero Ottomano, un’intera parte della popolazione armena fu sistematicamente sterminata o deportata. Questo massacro fu motivato da una combinazione di fattori politici, religiosi e nazionalisti: gli Armeni, cristiani in un impero a maggioranza musulmana, furono percepiti come una minaccia interna in un periodo di guerra e instabilità, e il genocidio fu messo in atto con l’obiettivo di cancellarne la presenza culturale e sociale dal territorio. Questo evento costituisce un nodo fondativo dell’identità nazionale armena, e il suo ricordo non è solo storia: vive nei luoghi, nei gesti quotidiani e negli sguardi delle persone, diventando un richiamo costante alla consapevolezza e alla resilienza.

Il memoriale di Tsitsernakaberd a Erevan rappresenta il cuore pulsante della memoria armena. Qui, la fiamma eterna e le file di stele commemorative custodiscono i nomi delle vittime e invitano chi visita a confrontarsi con il dolore subito, la forza di una comunità sopravvissuta e la responsabilità di non dimenticare. Musei, cimiteri e spazi della memoria testimoniano un lutto collettivo che va ben oltre la commemorazione annuale, permeando la vita quotidiana degli armeni e trasformando il ricordo in insegnamento e in silenziosa resistenza.

Dal genocidio all’eredità dell’epoca sovietica: questa storia recente affiora nei paesaggi urbani e industriali, negli edifici monumentali, nelle fabbriche dismesse e nelle infrastrutture che portano i segni del tempo e delle trasformazioni. Luoghi sospesi tra decadenza e resilienza, che restituiscono la complessità di un passato che continua a modellare il volto del paese e a definire la sua identità contemporanea.

Eppure, nonostante questa memoria viva e radicata, la regione – con il vicino Iran – è da settimane nuovamente segnata da conflitti e tensioni. La storia insegna, ma non sempre riesce a prevenire nuovi errori. È proprio per questo che guardare l’Armenia significa scorgere anche una forza di speranza: nei volti delle persone, nella cura dei luoghi sacri, nella resilienza di una comunità che continua a vivere, costruire e accogliere, pur tra le cicatrici di un passato doloroso.

Il reportage

Scheda autore

Fiorella Pecorari

Fiorella Pecorari è nata e cresciuta a Parma, dove ha conseguito la laurea in Economia. Tuttavia, il fulcro dei suoi interessi è sempre stato l’arte, in particolare la pittura. Negli ultimi anni si è avvicinata alla fotografia, approfondendo tanto i grandi maestri come Cartier-Bresson e Alex Webb quanto le nuove tendenze del linguaggio fotografico. Si è così appassionata alla fotografia di strada e al reportage, che le permettono di “raccontare” le persone e le loro storie con maggiore immediatezza ed efficacia.

Fotocamera: Fuij Xt5
Obiettivo: 23 mm, f 2,8 e 16-55 mm. f 2,8

English version

Armenia: Between Spirituality and Memory

Photos and text by Fiorella Pecorari

“Throughout our history, we have fought for freedom, for sovereignty, and to have a state that we have so often lost.” (Vahagn Khachaturyan)

Armenia is a deep immersion into history and memory. A layered memory that spans centuries and manifests itself powerfully in the present: from the solemnity of ancient stone churches to the modernity of the capital, Yerevan, passing through the still-visible traces of the Soviet era and the deep, recent wounds left by wars and the loss of territory and human lives.

At the center of this collective memory lies the Armenian Genocide, commemorated every year on April 24. Between 1915 and 1916, under the rule of the Ottoman Empire, a large part of the Armenian population was systematically exterminated or deported. This massacre was driven by a combination of political, religious, and nationalist factors: Armenians, Christians in a predominantly Muslim empire, were perceived as an internal threat during a time of war and instability, and the genocide was carried out with the aim of erasing their cultural and social presence from the territory. This event constitutes a foundational element of Armenian national identity, and its memory is not confined to history alone: it lives in places, in everyday gestures, and in people’s gazes, becoming a constant call to awareness and resilience.

The Tsitsernakaberd Memorial in Yerevan represents the beating heart of Armenian memory. Here, the eternal flame and the rows of commemorative stelae preserve the names of the victims and invite visitors to confront the pain endured, the strength of a community that survived, and the responsibility not to forget. Museums, cemeteries, and memorial spaces bear witness to a collective mourning that goes far beyond the annual commemoration, permeating the daily life of Armenians and transforming remembrance into a form of teaching and quiet resistance.

From the genocide to the legacy of the Soviet era: this recent history surfaces in urban and industrial landscapes, in monumental buildings, abandoned factories, and infrastructures that bear the marks of time and transformation. These are places suspended between decay and resilience, reflecting the complexity of a past that continues to shape the face of the country and define its contemporary identity.

Yet, despite this living and deeply rooted memory, the region—together with neighboring Iran—has in recent weeks once again been marked by conflict and tension. History teaches, but it does not always succeed in preventing new mistakes. For this very reason, looking at Armenia also means perceiving a force of hope: in people’s faces, in the care of sacred places, and in the resilience of a community that continues to live, build, and welcome, despite the scars of a painful past.