Abbronzatissimi
Fra le cose che oggi consideriamo normali e che invece potrebbero apparire incomprensibili alle generazioni future, un articolo del New York Times elenca alcune abitudini che raccontano molto del nostro tempo. Mangiare animali morti con entusiasmo e senza particolari interrogativi etici. Lasciare che siano i genitori a scegliere il nome e di conseguenza il genere dei propri figli. Accettare che per attraversare un confine serva un permesso. Seppellire i corpi dei defunti occupando uno spazio fisico prezioso per decenni o secoli. Avvolgere sistematicamente il cibo nella plastica. Ma anche esibire la propria vita quotidiana sui social network, filmandosi mentre si balla, si cucina, si mangia o si attraversano momenti sempre più privati dell’esistenza, cedendo addirittura gratuitamente la propria privacy.
L’elenco potrebbe sembrare provocatorio. In realtà suggerisce una riflessione semplice: quasi tutto ciò che consideriamo naturale è in realtà una costruzione culturale, e come tale è destinata a cambiare. Ogni epoca produce i propri automatismi, le proprie convenzioni, le proprie contraddizioni. Solitamente sono invisibili a chi le vive, ma diventano evidenti quando qualcuno le osserva da lontano, nello spazio o nel tempo.
Se un antropologo del futuro dovesse studiare la nostra epoca, uno dei cringe più paradossali risulterebbe l’amore per l’abbronzatura. A partire dagli anni 70 del novecento con l’arrivo della stagione estiva folle di occidentali bianchi si trasferiscono al mare, sulle spiagge o a bordo piscina sotto un sole feroce. Tutto questo allo scopo di trasformare la pelle bianca in nera, perché considerata esteticamente migliore e più salutare. Poco importa che schiere di medici e scienziati sostengano esattamente l’opposto, sottolineando rischi certi e documentati di invecchiamento precoce e tumori. Ma ancor più sconcertante e misteriosa risulta la contemporanea avversione per il colore della pelle scura in etnie differenti, con fenomeni di razzismo ampiamente diffusi nell’epoca analizzata. Ovvero quella odierna.
Il punto però non è soltanto immaginare il futuro, ma anche riconoscere i luoghi e gli spazi dove questo futuro c’è già. Uno di questi è il borgo di Camini, nella Locride: Una finestra sul mondo. In un piccolo paese segnato per anni dallo spopolamento, l’arrivo di rifugiati e richiedenti asilo ha contribuito a costruire una comunità nuova, capace di rigenerare abitazioni abbandonate, attività economiche e relazioni sociali. Non un racconto emergenziale dell’immigrazione, ma una testimonianza concreta di come culture, lingue e provenienze diverse possano generare nuove forme di cittadinanza e di appartenenza.
Camini rappresenta una prospettiva capovolta rispetto a molte delle paure contemporanee. Là dove il presente continua spesso a difendere muri, categorie rigide e identità chiuse, suggerisce che il futuro potrebbe essere una rete di comunità aperte e plurali. Non è un’utopia lontana, ma una realtà già osservabile. L’abbronzatura come ideale estetico, i confini come destino, la plastica, la carne e il consumo ossessivo, la svendita della propria identità sui social o la paura dell’altro potrebbero già appartenere a un mondo che lentamente si allontana. Camini ci ricorda che il futuro non arriva all’improvviso. Comincia sempre in qualche luogo marginale, quasi invisibile, mentre il resto del mondo continua a nutrirsi di abitudini già oggi declinabili in un tempo futuro passato.
Matilde Castagna

Camini: una finestra sul mondo
Camini è un borgo calabrese che ha trasformato lo spopolamento in rinascita grazie all’accoglienza di migranti e rifugiati. Un racconto fotografico sulla convivenza possibile. […]

Il confine d’ombra
Dopo la caduta dell’Artsakh nel settembre 2023, oltre centomila armeni sono stati costretti a lasciare le proprie case. Un racconto dal confine tra Armenia e Azerbaigian tra esilio, memoria e ricostruzione. […]

Orto Allegria
Orto Allegria è un progetto educativo e inclusivo che utilizza il contatto con la natura per promuovere autonomia, benessere e crescita personale. […]

We Are Water
In una delle aree più aride di Capo Verde, un impianto di desalinizzazione alimentato da energia solare ha restituito acqua potabile alla comunità e nuova vita all’agricoltura locale. Una storia che dimostra come innovazione e sostenibilità possano offrire risposte concrete alla crisi climatica. […]

Common Matter
Common Matter esplora il legame profondo tra essere umano e natura, mettendo in dialogo ritratti e paesaggi per evidenziarne affinità, interdipendenza e destino comune. Un progetto che invita a riflettere sul nostro rapporto con l’ambiente e sulla necessità di ritrovare un equilibrio più armonioso e consapevole. […]
