A Small World
“Taranto non è soltanto una città; è un paradigma. Nel 2022, le Nazioni Unite l’hanno ufficialmente inserita tra le *zone di sacrificio* globali, quei luoghi dove la salute umana e l’integrità ambientale vengono sistematicamente obliterate in nome di un presunto interesse strategico nazionale.” Così esordisce Cosimo Calabrese nello struggente servizio di apertura del nuovo numero di Witness Journal. Zone di sacrificio, a beneficio di chi? Per la seconda volta a distanza di un numero, la domanda è la stessa: fino a che punto siamo disposti a sacrificare diritti e beni comuni, naturali e non, spazi democratici e ricchezze condivise, se non la vita stessa, per gli interessi esclusivi di pochi?
Lo scorso 6 dicembre, all’età di 73 anni moriva nella sua casa di Bristol uno dei fotografi più importanti e innovativi del secolo corrente. Martin Parr ha sempre raccontato la realtà in modo ironico, pungente, dissacrante, provocatorio e ci ha lasciati con più di un interrogativo a cui rispondere. Le sue foto erano uniche per l’epoca: non ricercavano un’eleganza formale, ma sorprendevano il soggetto con la violenza di un flash quasi sbagliato. I colori super saturi strappavano con forza frammenti di realtà, dotandoli di vita propria e staccandoli dal flusso di banalità quotidiana. Fra i temi indagati: il consumismo, il turismo, la cultura di massa, il cibo spazzatura e l’estetica pubblicitaria.
Nel suo progetto e libro intitolato “Small World”, il mondo globalizzato diventa uno solo, piccolo e concentrato come un detersivo di ultima generazione. Una cultura sempre più standardizzata viene alimentata da esigenze di mercato crescenti e da una rete di comunicazioni iperveloci e trasporti a basso costo. L’ironia tagliente del fotografo britannico racconta con lucidità questa trasformazione: attraverso una lente diretta e un obiettivo implacabile, i turisti diventano parte del paesaggio quanto, e talvolta più, dei monumenti che fotografano. File ordinate davanti a un capolavoro, mani alzate con lo smartphone, souvenir kitsch che replicano in miniatura ciò che si è appena attraversato senza davvero viverlo. Parr non giudica apertamente, ma mette a nudo una verità scomoda:il consumo dell’esperienza ha sostituito l’esperienza stessa.
Le dinamiche dell’overtourism non riguardano solo estetica e numeri: mettono in gioco identità culturali, coesione delle comunità e integrità degli ecosistemi. In Italia oltre il 70 % degli arrivi turistici si concentra su meno dell’1 % del territorio nazionale, generando un surplus di presenze e quindi pressioni ambientali, sociali e sulle infrastrutture. Dalle calli di Venezia ai vicoli di Napoli, Roma e Firenze, dalle scogliere delle Cinque Terre alle sponde del lago di Como e sulle spiagge affollate della riviera romagnola, il turismo, risorsa vitale del Paese, ha assunto i tratti di un’invasione continua e sproporzionata che altera equilibri urbani, sociali ed ecologici.
Il viaggio in Italia ha una storia profondamente radicata nel Grand Tour del Settecento: era un percorso lento di conoscenza, un tempo di studio, contatto e trasformazione personale. Oggi rischiamo di sostituire questa ricerca di senso con la fretta del click e della checklist. Forse allora dovremmo rileggere le immagini di Martin Parr come un monito più che come una caricatura. Dietro l’ironia si nasconde la domanda fondamentale: che cosa resta di un luogo quando la sua identità è ridotta a sfondo per una fotografia? Se l’Italia vuole continuare a essere meta desiderata, deve imparare a proteggere ciò che la rende unica: il tessuto vivo delle sue comunità, la fragilità dei suoi ecosistemi, la profondità della sua cultura. Il vero lusso, oggi, non è viaggiare ovunque e comunque, ma poter abitare, da residenti o da viaggiatori, luoghi che conservino un’anima. Senza quella, anche la cartolina più digitale sbiadisce.
Matilde Castagna

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