di Erika Santoro
L’ultimo tratto di strada: la vita che resta in Miei cari
Monica Pittaluga è una fotografa e medica palliativista nata a Roma.
Nel suo percorso, medicina e fotografia non sono due ambiti separati ma dei modi complementari di avvicinarsi all’esperienza umana. Il reportage, inteso non solo come linguaggio visivo ma come vero e proprio atto conoscitivo, dà forma al suo ultimo progetto sul fine vita: Miei cari.
Iniziato nel 2018, il lavoro nasce dall’esperienza diretta maturata nel contesto delle cure palliative e che nel tempo si è trasformato in un’indagine visiva e umana su uno dei passaggi più delicati e meno raccontati dell’esistenza. Oggi, quel percorso trova una nuova forma nel libro Miei cari, pubblicato nel 2025 dalla curatrice Loredana De Pace, per la casa editrice Ventura Edizioni. Il volume inaugura inoltre la linea editoriale Naked, pensata come uno spazio dedicato a una fotografia essenziale, diretta, “messa a nudo”.
In questa intervista, Monica Pittaluga e Loredana De Pace raccontano l’origine di questa ricerca, il dialogo tra medicina e fotografia e la costruzione di un progetto capace di trasformare in un racconto visivo un tema così delicato.

Monica, il titolo del tuo lavoro, Miei cari, sottintende un legame intimo tra due parti. A chi ti riferisci? Chi sono,oggi, i tuoi cari che popolano queste pagine?
I Miei cari sono tutti quelli a cui ho rivolto e rivolgo il mio sguardo nella relazione di cura. Miei cari sono anche i “miei” cari, che occhieggiano tra le foto, mescolati con le tante e tante persone che ho incontrato nel mio percorso. Miei cari siamo tutti noi, con la nostra innata e inevitabile fragilità e finitezza.
Il tuo progetto nasce in un contesto delicatissimo come quello delle cure palliative. In che modo la tua professione di medica ha influenzato il tuo sguardo fotografico? e come sei riuscita a far convivere l’ispirazione di una fotografia in momenti così intimi?
Diciamo che tra l’essere medico palliativista e fotografa è nata una sinergia comunicativa a doppio senso: comunicazione “interna”, nel mio intimo, che ha riverberato nella comunicazione con la persona fotografata. Le cure palliative, nella loro declinazione più pura, sono incardinate con la Medicina narrativa, occupandosi olisticamente della persona, attuale e storica, e del suo ambiente familiare. Il rapporto tra me fotografa/medico e la persona si è spesso inscritto nell’ambito della Medicina narrativa.
La persona si sentiva al centro di un interesse che non riguardava solo la “sua” malattia, che finisce spesso per ingoiare tutto il Sé, ma proprio Lui/Lei come soggetto unico e irripetibile. Narrazione e ricapitolazione della vita sono stati spesso il medium comunicativo in cui è nato il rapporto e il mio lavoro fotografico.
Essere medica e fotografa significa gestire un carico emotivo enorme. La fotografia è stata per te uno strumento di difesa, una forma di cura per te stessa o un modo diverso di prenderti cura degli altri?
Tutte e tre le cose. Però vorrei spendere due parole sul tema “difesa”. Io ho un modo di fotografare molto immersivo, vuoi per le ottiche/macchine che uso che mi costringono a stare dentro la scena, vuoi per la mia indole. La difesa quindi, che c’è, è più sottile. Riguarda quello spazio interno di contrattazione tra empatia e difesa che si stabilisce quando si ha un ruolo narrante.
Immagino che lavorare in un hospice significhi confrontarsi e, in parte, abituarsi alla realtà del dolore e della morte, in una società che spesso tende a rimuoverli o a rappresentarli in modo vittimistico: a quale pubblico desideri rivolgerti con questo lavoro?
Nel mio pensiero originario io sono partita, nel 2018, con l’intento di accendere una luce là dove regna l’ombra della rimozione. Ma poi il mio lavoro ha preso una piega meno reportagistica in senso classico e più intima…quindi diciamo che il “pubblico” sono tutti quelli che vogliono scoprire che lì, in quella zona, ci sono persone, e non malattie, ci sono momenti di bellezza, se si abbandona il canone del binomio obbligato sano=bello.
Piccola nota: alla morte e al dolore non ci si abitua mai. Quando si ha la (falsa) sensazione che ciò stia accadendo, è ora di cambiare lavoro.

Loredana, “Miei Cari” inaugura la nuova collana “Naked”. Quali caratteristiche hai visto nel lavoro di Monica Pittaluga che lo hanno reso perfetto per dare il via a questa linea editoriale dedicata alla fotografia messa a nudo?
Il lavoro di Monica Pittaluga è perfettamente in linea con i punti nodali di “Naked”, perché indaga a fondo su una tematica complessa che, nelle fotografie del progetto, trova una voce poetica e rispettosa. E Monica, con il suo operato come medico prima, e come fotografa poi, ha saputo raccontare il fine vita in modo lirico e delicato. Complice il bianconero e la sua visione fotografica fra reportage e ricerca degli elementi simbolici utili a narrare questo ultimo tratto di vita attraverso la vita stessa. Per queste ragioni ho abbracciato il progetto di Monica e sono molto felice che sia diventato il primo Naked!
Nel testo critico parli di come questo lavoro ti abbia educata a riconoscere la poesia nel corpo debole. Qual è stata la sfida più grande nel selezionare immagini che trattano temi così duri senza cadere nel pietismo?
La differenza, che trovo fondamentale, fra svolgere bene un lavoro e prendersene cura è l’immersione totale, empatica e umana, nell’argomento. […] La sfida più grande è stata quindi quella di entrare nelle storie, come ha fatto Monica, per capirle e poter fare un buon editing, e poi “uscirne” per tornare concentrata sulle questioni prettamente fotografiche e narrative.
Nella tua carriera di giornalista e curatrice ti occupi spesso di narrazioni visive forti. Secondo te, qual è oggi il ruolo del photo editor nel trasformare un progetto fotografico individuale in un’opera editoriale che possa parlare a un pubblico universale?
Pensare a questo pubblico, domandarsi di cosa abbia bisogno per entrare nella tua storia fotografica, senza che essa sia snaturata naturalmente, ma adottando un editing che sappia comunicare, trasferire informazioni ed emozioni, che resti umano. Per far ciò, serve andare ben oltre la fotografia, ossia serve mantenere sempre il contatto con gli esseri umani che ruotano attorno a te, impegnarsi a essere persone inserite in una società, finanche nelle sfaccettature più semplici. Per un curatore, per come la vedo io, ogni progetto va trattato considerando molteplici punti di vista, quello del fotografo, quello professionale del curatore, e quello del destinatario del progetto finale: di cosa ha bisogno per comprendere? […] Così, a mio avviso, è possibile costruire un progetto solido che possa “parlare” a un pubblico universale.
Spesso si tende a confondere il ruolo dell’editor con quello di chi “sceglie le foto belle”. Puoi spiegarci come il tuo lavoro di photo editor aiuti invece a costruire una vera e propria architettura narrativa, specialmente in un libro così complesso come questo?
Questa è una domanda che richiederebbe una conferenza di parecchie ore! Provo a fare una sintesi. Il photo editor, o curatore che dir si voglia, sceglie le immagini giammai perché sono “belle” ma perché sono funzionali all’idea su cui si fonda la narrazione del progetto. All’interno del lavoro sarà importante che ci siano immagini valide sia dal punto di vista estetico sia in termini di contenuto. Idea ed elementi fotografici – come composizione, tecnica, luce… – devono viaggiare sempre all’unisono. La differenza sta nella professionalità di un editor e, all’opposto, nella visione naïf di chi sceglie le immagini solo perché corrispondono al gusto personale. Personalmente non mi affiderei mai a chi adotta questa formula. Il curatore dà voce all’autore, restando in ombra e mettendo ordine nel meraviglioso caos creativo degli autori.
Il rapporto tra fotografo e curatore è spesso un gioco di tensioni. Come hai gestito il coinvolgimento emotivo di Monica per fare in modo che l’opera finale mantenesse un equilibrio tra il documento clinico e l’arte?
Molto in questo caso dipende dal rapporto che si instaura fra autore e curatore. Nel caso di Monica Pittaluga è stato semplice perché è una persona aperta al dialogo – altrimenti non avrebbe pensato a un progetto come Miei Cari – con la quale abbiamo lungamente ragionato sul lavoro da svolgere in tutte le sue fasi. Moltissimo dipende anche da quanto l’autore riesca ad affidarsi al suo editor. Una volta imbastito il rapporto umano fra le parti, la fiducia nel lavoro del curatore è la conditio sine qua non per andare avanti. Reciproca, solida e con la costante possibilità di modificare qualcosa in funzione delle reciproche posizioni. Monica, come fotografa, era a conoscenza di dettagli e vicende che ha vissuto direttamente e che ha trasmesso a me allo scopo di produrre un buon editing; come photo editor, ho dato la giusta forma alla storia con scelte strutturali che consentissero di entrare nella vicenda e restarci il tempo necessario per comprenderla a fondo, sfogliando le pagine di Miei Cari.

MONICA PITTALUGA
Monica Pittaluga è nata Roma. La fotografia è per lei mezzo di ricerca estetica e di comunicazione visiva su aspetti intimi e centrali della vita umana, come la morte, la malattia e il rapporto con il corpo. La scelta del reportage come linguaggio fotografico prevalente è determinata dalla volontà di entrare in profondità nelle realtà che la attraggono. La sua cifra stilistica fa dell’attenzione ai dettagli, di uno sguardo spesso obliquo e mai didascalico il fulcro della sua ricerca fotografica.
Sito: monicapittaluga.it | IG: @m.pittaluga

LOREDANA DE PACE
Loredana De Pace (1976, Taranto) è giornalista, curatrice e docente. Ha lavorato vent’anni nell’editoria fotografica e nel 2022 ha fondato lo Studio CAOS a Monza. Autrice del saggio TUTTO PER UNA RAGIONE (emuse, 2017), è ideatrice di READ-ZINE. È stata editor testuale per i festival Cortona On The Move fino al 2025 e lo è tuttora per Yeast Photo Festival, è docente presso l’Istituto Italiano di Fotografia (Milano). Collabora con gallerie e segue autori come Cesare Di Liborio, Flavio Tecchio e Juan Borja, curando mostre, libri e fanzine, partecipando a giurie e workshop.
Sito: loredanadepace.com | IG: @loredana_de_pace_studiocaos
