L’acqua è un bene comune, nessuna negoziazione

Il 12 giugno 2011 gli italiani scelsero di abrogare alcune normative che tendevano alla privatizzazione dell'oro blu. A 10 anni dal voto poco è cambiato e si è di nuovo scesi in piazza a Roma per rimettere al centro del dibattito politico l'importanza della preservazione di questo bene all'interno delle competenze dello Stato e non del privato

L'acqua è un bene comune, 10 anni dopo il referendum

Di redazione Wj / Foto di Renato Ferrantini

Sono passati 10 anni da quel 12 giugno 2011 in cui 26 milioni di italiani hanno votato, tra i tre quesiti sottoposti, in favore dell’acqua pubblica. Dieci anni dopo, a piazza dell’Esquilino a Roma sono scese in piazza migliaia di persone tra associazioni e semplici cittadini per riportare al centro del dibattito politico un tema che sta diventando sempre più preponderante. L’acqua è un bene non alienabile e deve essere preservato il più possibile nelle mani dello Stato. Il corteo si è spostato da piazza dell’Esquilino fino a piazza Vittorio dove hanno avuto luogo una serie di interventi dal palco delle varie associazioni organizzatrici.

Il bene acqua

Ma cosa è rimasto di quel referendum? Prima di rispondere a questa domanda è bene ricordare in cosa esso è consistito. Esso è stato accorpato ad altri tre temi referendari abrogativi (il legittimo impedimento, servizi pubblici locali e la reintroduzione del nucleare). Gli elettori hanno scelto di abrogare le norme che erano passate in Parlamento e, per quanto riguarda “l’oro azzurro”, il voto ha abrogato, seppur parzialmente, la norma che stabiliva la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, nella parte in cui prevedeva che tale importo includesse anche la remunerazione del capitale investito dal gestore. Allo stato attuale le rete idrica è appaltata a società private (Decreto legge 112/2008) che hanno tolto ai Comuni l’onere della gestione in cambio di dividendi. Tra l’altro il peso di questa gestione è riscontrabile anche dalle bollette.

Secondo la Cgia di Mestre, il costo dell’acqua per i contribuenti è aumentato del 90% dal 2007 al 2017. E in più, certifica l’Istat, le perdite idriche della rete sono aumentate del 42%, contro una media europea che si aggira tra il 15 e il 18%. Secondo i dati di Utilitalia (la federazione che rappresenta la quasi totalità degli operatori dei servizi idrici in Italia) al 2017 (ultimi dati disponibili), solo il 53% degli italiani riceve servizi idrici interamente pubblici. Come rivela poi Agi “poco più di tre italiani su 10 invece (il 32%) lo riceveva da società miste a maggioranza o controllo pubblico, mentre un 12% direttamente dall’ente locale (la cosiddetta ‘gestione in house’, possibile solo a determinate condizioni, tra cui il capitale interamente pubblico della società affidataria). Del restante 3% – continua l’agenzia sul suo sito – un 2% della popolazione italiana era servita da società private e l’ultimo 1% da società miste a maggioranza o controllo privato”.

Tutto fermo (o quasi)

In Parlamento giace da tempo una proposta di legge che vede come prima firmataria Federica Daga del Movimento 5 Stelle. Il tira e molla sulla privatizzazione non si è fermato. In barba al referendum, come ricorda The Vision, l’ex ministro Marianna Madia aveva tentato di reintrodurre in tariffa i profitti per i gestori, ma la Corte Costituzionale ha bloccato tutto per un vizio di legittimità per lo scontro tra i principi di leale collaborazioni tra Stato e Regioni. Insomma sul tema dell’acqua il dibattito è aperto, ma a quanto pare solo in una direzione. Quello della tutela dell’interesse privato.