25 aprile 2021, riappropriarsi degli spazi

Dagli scatti di Matteo Ippolito e Renato Ferrantini nel 2019 e 2021 emergono le differenze e le similitudini di due manifestazioni divise non solo dal tempo, ma anche da una situazione sociale radicalmente cambiata

25 aprile 2021, riappropriarsi degli spazi

Di redazione Wj / foto di Matteo Ippolito e Renato Ferrantini

Il 25 aprile 2021 sono stati due anni senza Festa della liberazione. O almeno non come l’abbiamo sempre conosciuta. Quella in piazza. Quella con gli striscioni, le bandiere, i tamburi. Quella che il giorno prima qualcuno in Piazzale Loreto a Milano inneggiava a Mussolini. Quella con la gente che sfila per le strade del centro, con le piazze gremite di persone. I fumogeni, gli slogan, le convivenze di simboli e colori.

La pandemia da Sars-Cov2 ha cambiato tutto, anche le modalità di festeggiare una giornata importante come il 25 aprile. Nel 2020 le musiche tipiche risuonavano dai balconi e le note di “Bella Ciao” saltavano di finestra in finestra grazie alle persone che di tanto in tanto alzavano il volume dello stereo o del computer per inneggiare alla liberazione dalla dittatura fascista.

Prima e dopo

Matteo Ippolito e Renato Ferrantini propongono due lavori su due manifestazioni differenti. La prima, svoltasi a Milano due anni fa e la seconda, avvenuta nel 2021 a Roma. Raccontano due mondi apparentemente diversi, distanti l’uno dall’altro 730 giorni. Da una parte folle oceaniche nel centro della città meneghina, dall’altra manifestazioni nella capitale col peso e la responsabilità di tornare a manifestare e a esprimersi nelle piazze dopo il silenzio imposto dalla quarantena ciclica del 2020 e inizi 2021.

Il 25 aprile ieri

Come detto, quello del 2019 è stato l’ultimo 25 aprile in piazza, almeno nella “leggerezza” (si passi il termine) che ha contraddistinto molte manifestazioni in giro per l’Italia. Certo la data è di quelle che portano un peso oneroso sulle spalle e che spesso è stata strumentalizzata da certe forze politiche. Ma all’epoca non esisteva ancora Covid. La pandemia era conosciuta solo tramite la tv e le serie di fantascienza.

Ci si abbracciava, si ballava insieme, la parola assembramento non aveva connotati negativi come oggi. La piazza era vista come un’emanazione stessa della persona che si gettava in essa con libera spensieratezza. Non spaventava nemmeno la pioggia.

Il 25 aprile oggi

Passato l’anno sabbatico, le persone sono tornate in piazza seppur timidamente a causa delle restrizioni Covid. A Roma, per esempio, i quartieri della città hanno celebrato la Giornata della liberazione con “staffette” in bicicletta per rendere omaggio ai caduti, momenti di ricordo, commemorazione e rilancio della resistenza in altre forme più attuali. Nel quartiere di Centocelle c’è stata una partecipata manifestazione da Piazza delle Camelie a Villa Gordiani, luogo ora simbolo della violenza sulle donne, dove più di un mese fa una ragazza fu barbaramente violentata. Ma non si può dire che l’atmosfera fosse quella di due anni fa. I morti Covid pesano come macigni. Le infezioni proseguono e ad attorniare i volti dei giovani non ci sono sciarpe ma mascherine protettive.

Riappropriarsi degli spazi

Il ritorno in strada, seppur condizionato dall’attuale situazione sanitaria, è stato un segnale forte di voler tornare alla normalità e soprattutto riprendersi quegli spazi che per troppo tempo sono venuti a mancare. Ciò che è cambiato in questi due anni, infatti, è soprattutto l’uso dello spazio esterno, inteso come luogo di aggregazione e dibattito durante le manifestazioni. Le restrizioni e la paura del contagio hanno impedito la presenza fisica in strada e hanno delegato tutto a trasmissioni su zoom o tramite dirette social.

Il 25 aprile di domani

Il 25 aprile 2022 sarà, si spera, una giornata in cui non si manifesterà più solo contro l’orrore fascista, ma anche e soprattutto un momento di riappropriazione più completa degli spazi perduti, della socialità, della convivialità e della presenza fisica nelle piazze. Perché non è più sufficiente sventolare le bandiere dai balconi o appendere striscioni alle finestre. La strada, in questo anno e mezzo di pandemia, ha perso il suo status di “luogo di incontro”.

Per paura del contagio le persone si schivano le une con le altre. Non ci si sofferma a lungo a parlare o a scambiarsi due parole davanti al fioraio o al panettiere. Quando l’antropologo Marc Augé denunciava che le strade dei centri storici rischiavano l’omologazione perché ormai troppo improntata all’accoglienza turistica con il conseguente rischio di perdere le proprie peculiarità, di certo non pensava che quell’omologazione sarebbe arrivata con una pandemia. Covid ha trasformato le strade, le vie e le piazze, le ha rese simili ad altre nel mondo. Vuote.