Witness Journal 97

Un nuovo numero di Witness Journal con tanti lavori interessanti: Amazon-Cruises, Similitudes without latitudes, Muxes, Room of dust, Dias de Muertos, So East, The Song of Tkvarcheli.

WJ97 | Carlos Bafile | The Amazon Cruises
WJ97 | Carlos Bafile | The Amazon Cruises

Tutti sulla stessa barca

Volendo dirla tutta subito e con chiarezza, scegliere l’argomento da trattare per introdurre questo numero 97, almeno in teoria, è cosa piuttosto semplice. Da quando si è insediato il nuovo governo “gialloverde”, infatti, ci sono spunti quotidiani su cui riflettere o su cui fare polemica. Dalle esternazioni contro le famiglie arcobaleno del ministro Fontana a quelle del suo collega Salvini sui migranti, è tutto un fiorire di novità che, per chi scrive, offrono possibilità più o meno infinite per attaccare questo esecutivo o contestarne le scelte nel merito. Visto che questo esercizio al momento rischia di essere fin troppo facile per risultare anche divertente, preferisco concentrarmi su un altro aspetto che caratterizza la fase che stiamo vivendo, ossia il clima di profonda divisione che segna non solo la dialettica politica, il che entro certi limiti sarebbe anche normale, ma pure il confronto tra i cittadini che rappresentano rispettivamente governo e opposizione. Basta dare una rapida occhiata ai social piuttosto che ai commenti dei lettori in calce alle pagine degli articoli dei più importanti quotidiani online per rendersi conto dell’aria che tira. A causa del clima da campagna elettorale permanente e del ricorso sistematico alle peggiori forme di demagogia da parte della classe dirigente, oggi più di ieri si assiste basiti a discussioni dove non c’è la minima traccia di idee e principi ma solo di una contrapposizione politica e sociale, fortissima e preoccupante anche per i toni con cui si manifesta. A far riflettere non è l’insulto sistematico o le parole a dir poco sopra le righe, specchio di un Paese povero da un punto di vista culturale ancorché economico ma, semplificando, l’idea che da una parte ci siano i “buoni” e dall’altra i “cattivi”. Sebbene ciascuno difenda idee e principi diversi, sovente agli antipodi, dovremmo ricordarci tutti che su molti dei temi sul tavolo, per coloro che di mestiere non fanno i politici ma i cittadini, l’obiettivo ultimo dovrebbe essere lo stesso, ossia avere una nazione migliore, capace di dare un futuro ai suoi figli cominciando dal lavoro, di ridurre fino a eliminarla la povertà e di rimuovere tutti quegli elementi che ci allontanano dalla prospettiva di una società civile più coesa, capace di fare scudo alle costanti speculazioni politiche il cui unico fine non è la res publica ma la spartizione del potere, a destra come a sinistra. Fintanto che continueremo a scontrarci anziché confrontarci, non saremo mai in grado di garantirci governi degni di questo nome e a vigilare sul loro operato affinché perseguano e raggiungano l’attuazione di quei principi fondamentali perfettamente riassunti nei primi 12 articoli della nostra Costituzione. Gli italiani sembrano non capire che la crisi, quella sì, è estremamente democratica e ha colpito tutti in modo simile senza discriminare sulle posizioni politiche degli uni o degli altri e che il problema oggi è rendersi conto che il modello economico e sociale che ha dominato il Novecento ha fallito, producendo un sistema corrotto, odioso e insostenibile che ha radicalizzato le società di tutto il mondo non più sui conflitti di classe del passato ma su una banalissima quanto pericolosa divisione tra una casta di super ricchi, il famoso 1%, e il resto della popolazione, suddivisa in diversi gradienti di benessere e povertà che si sono via via assottigliati negli ultimi decenni. Per questo sono convinto che un vero “governo del cambiamento” dovrebbe proporre ai cittadini idee nuove ben diverse da flat tax, reddito di cittadinanza o la difesa dei confini nazionali, bensì soluzioni capaci di delineare approcci innovativi a problemi vecchi e la questione migranti in tal senso ne è un esempio lampante. Chiudere i porti, erigere muri come quelli tra il Messico e gli Stati Uniti non risolverà in alcun modo il problema ma riuscirà al massimo a rimandarlo di qualche mese o anno. Per fermare questi veri e propri esodi bisognerebbe eliminare quegli squilibri che generano da una parte povertà e disperazione e dall’altra, la nostra, il benessere su cui abbiamo costruito l’idea di società propria del modello occidentale e che di fatto non riesce più a garantire. Decrescita, sviluppo sostenibile ma anche la fine dello sfruttamento delle risorse altrui, sono solo alcuni dei veri temi che dovremmo affrontare in fretta, prima che il sistema imploda del tutto con conseguenze e scenari che non riesco nemmeno a immaginare ma che saranno certamente ben peggiori di quelli che viviamo oggi.

Amedeo Novelli

Leggi ora Witness Journal 97