Witness Journal 93

In questo numero parliamo di: Ali Arkady, Korea, Vietman, Viggiano e petrolio, fabbriche e mulini, carcere, ciechi.

WJ93 cover | Fotografia di Filippo Venturi

La solitudine del reporter 2.0

La decisione di premiare Kissing death, il lavoro realizzato dopo la presa di Mosul da Ali Arkady, con il prestigioso riconoscimento Bayeux-Calvados, come facilmente prevedibile ha fatto scoppiare una nuova polemica sull’etica del fotogiornalismo. Il reporter curdo iracheno, per chi non lo sapesse, ha realizzato il servizio in questione mentre era “embedded” all’ERD, la Emergency Response Division, unità anti-terrorismo del governo di Baghdad, di cui ha documentato le torture, la giustizia sommaria, gli stupri e le altre terribili violenze ai danni della popolazione civile di Mosul nel 2016, ossia dopo la sua riconquista. Immagini dure e crudissime la cui pubblicazione ha permesso di denunciare al mondo intero l’altra faccia della guerra di liberazione. Un’esperienza professionale, se così si può dire, terribile che ha reso Ali Arkady ostaggio di un esercito di aguzzini e, in almeno due occasioni forzatamente complice, di una serie di violazioni dei diritti civili e crimini di guerra, compiuti dagli “eroi” della guerra all’Isis.

Ali Arkady, oggi esule oltreoceano, e il suo lavoro Kissing death, forse, più che delle polemiche a seguito di un premio meritano una riflessione più attenta sia sul piano politico, sia su quello dell’informazione. La prima anomalia di questi ultimi anni di conflitti, infatti, è la comparsa sugli scenari di guerra non più di eserciti regolari bensì di gruppi armati di varia natura, spesso anche mercenari, ma che, a seconda dei casi, possono contare sul supporto strategico e militare delle aviazioni e delle artiglierie statunitensi e russe. Dopo le migliaia di caduti in Iraq e Afghanistan i governi occidentali hanno dunque risolto la questione opinione pubblica lasciando campo libero e potere militare ad eserciti locali che molto probabilmente non sanno nemmeno cosa sia la convenzione di Ginevra. La conseguenza è il ritorno a una guerra sporca, fatta anche dalle torture documentate da Ali Arkady. In uno scenario simile appare quindi normale, quasi logico, che la “fedeltà alla causa” del reporter curdo iracheno sia stata messa alla prova obbligandolo a partecipare a violenze e pestaggi, come lui stesso ha raccontato, pena il rischio della propria vita.

Situazioni senza via d’uscita come questa, possono capitare quando tutte le regole del gioco sono saltate e in prima linea non viene spedito un reporter internazionale ed esperto con alle spalle l’appoggio di una grande agenzia o di una testata giornalistica, ma uno “stringer”, ossia un freelance locale che collabora più o meno saltuariamente come inviato e che di fatto rappresenta solo se stesso. Se proprio si vuole parlare di qualcosa, dunque, meglio lasciar perdere l’etica della fotografia, che non è parte in causa in questa storia se non marginalmente, e concentrarsi su un’industria dell’informazione che si è adeguata in fretta a questi nuovi scenari e si comporta esattamente come gli stati maggiori che lasciano le proprie truppe a casa delegando agli eserciti locali la conquista del territorio. Ali Arkady, infatti, non ha mai lavorato su incarico per l’agenzia VII, cui semplicemente proponeva servizi e news dai fronti di guerra iracheni. Ali Arkady era terribilmente solo come tutti i reporter di questo fantomatico giornalismo 2.0

Amedeo Novelli

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