Witness Journal 70

In questo numero di WJ si parla di: Libano, profughi, Siria, Africa, Madagascar, petrolio, angola, economia, società, gioventù, disoccupazione, italia, meridione, niger, nigeria, sfruttamento, lavoro, povertà, sicilia, tradizioni, abbandono, campagna, monferrato, amianto, piemonte, territorio, workshop, homeless, crisi, donne, bangkok, thailandia e metropoli

WJ70 cover | Fotografia di Pierrot Men
WJ70 cover | Fotografia di Pierrot Men

“In ogni caso la causa delle rivolte è l’ineguaglianza”

Aristotele

Prima e dopo

Ci eravamo lasciati parlando (male) del nostro giornalismo, lamentandoci della crisi editoriale e di un mondo dell’informazione da rifondare. Oggi, dopo i fatti del 7 gennaio, ci ritroviamo, che piaccia o no, con un mondo dell’informazione che oltre che criticato, va anche difeso e non più solo metaforicamente. Su Charlie Hebdo e su quello che è successo si possono dire molte cose e forse ne sono già state dette anche troppe. L’elenco delle analisi che abbiamo letto e ascoltato è davvero lunghissimo e, in sintesi, ha visto editorialisti ed opinione pubblica dividersi su tre posizioni: un’area moderata, preoccupata dall’idea di una nuova guerra di religione e fermamente convinta che i jihadisti non siano la regola ma l’eccezione; un’ala interventista che invece invoca la linea dura contro tutto l’Islam, a cominciare dagli immigrati; gli immancabili sostenitori delle teorie del complotto anche se con “buoni e cattivi” che si scambiano i ruoli a seconda degli scenari. Detto che come redazione siamo giunti a un’analisi politica condivisa sui fatti di Parigi, non vorremmo in questa sede aggiungere la nostra (inutile) voce alle tante che abbiamo già sentito. Vorremmo piuttosto condividere con i nostri lettori solo alcune considerazioni su come, secondo noi, è cambiato il mondo dopo Charlie Hebdo. L’onda d’urto delle esplosioni di Parigi si è propagata rapidamente in tutto il pianeta, dividendolo di fatto in due grandi blocchi contrapposti, in stile guerra fredda. Da una parte l’occidente cattolico, ricco e sviluppato, sceso in piazza per piangere i martiri “involontari” della libertà di stampa, dall’altra le popolazioni di un variegato gruppo di nazioni a maggioranza mussulmana, scese in piazza per protestare contro quella che a loro dire non è informazione ma blasfemia. In qualche caso, come in Niger, le protese sono diventate veri e propri regolamenti di conti tra cristiani e mussulmani con altro spargimento di sangue. Osservando questi fatti ci siamo convinti che quella che sembra davvero una guerra di religione sia in realtà l’ennesimo scontro tra ricchi e poveri, lo stesso che è stato alla base di tutte le guerre che hanno segnato la storia dell’uomo. Non c’è bisogno di scomodare Marx per capire che Allah è solo il pretesto agitato da qualcuno per dichiarare guerra a un modello, il nostro, che ha anche tanti pregi ma che, innegabilmente, genera e si alimenta di diseguaglianze. Per questo, ribadito che cercare una soluzione pacifica non significa non difendersi, se necessario, anche con la forza, ciò che dovremmo fare al più presto è disegnare nuovi modelli, probabilmente di decrescita, per modificare un sistema che produce distorsioni inaccettabili anche al suo interno, come il famoso un percento o i disastrosi effetti causati dalla “cura” imposta dalla Troika in Grecia. Ecco perché per fermare tutto questo occorrerebbe sostituire la globalizzazione economica a senso unico su cui si basa il nostro sistema economico con una nuova che parta da una visione più democratica del mondo anziché dai soli interessi economici di una parte di esso.

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