Witness Journal 69

In questo numero di WJ si parla di: Ludovicu, alzheimer, sud, meridione, solidarietà, MMA, sport, combattimento, palestre, Iran, religione, islam, giovani, teheran, Bosnia-herzegovina, ex-yugoslavia, guerra, balcani, ricostruzione, troku, roma, ospedali, nascita, graffiti, smartphone, rabbia, sfogo, stress, italia, cibo, cucina, cultura, migranti, poetto, cagliari, sardegna, crisi, società, kushti, india, lotta, sport e tradizioni

WJ69 cover | Andrea Roversi
WJ69 cover | Andrea Roversi

Gli editori dei giornali pagano dopo parecchie settimane e bisogna trattare molto per pochi spiccioli. Le scarpe di Gerda non hanno più le suole ed è difficile mantenere il decoro

 

Passato, presente e futuro

Se non fosse per la citazione riguardante la Taro, questa frase pronunciata oltre settanta anni fa da Robert Capa, il padre del fotogiornalismo moderno nonché cofondatore dell’agenzia Magnum, oggi potrebbe benissimo essere attribuita a qualsiasi reporter. Nell’era del crowdfounding, in cui si chiede ai lettori di sostituirsi agli editori per finanziare la realizzazione di libri, riviste o altri progetti editoriali, a quanto pare i problemi sono in parte rimasti gli stessi degli anni Trenta: pagamenti dopo mesi dalla consegna dei lavori e lunghi “tira e molla” per pattuire compensi che quasi sempre non coprono nemmeno i costi. Se la citazione di Capa ci insegna che i rapporti di forza tra redazioni e reporter non sono mutati molto in quasi un secolo di attività giornalistica, il panorama odierno dell’informazione nel suo complesso è oggi molto più desolante che in passato. Sotto la pressione dei tagli dei budget e con la minaccia della crisi sopra le proprie teste, i giornalisti delle reazioni italiane si muovono facendo, spesso goffamente, di necessità virtù. Così diventa normale che per esempio, nel bel mezzo della crisi per soccorrere i passeggeri della Norman Atlantic, qualcuno della redazione di Republica.it abbia la geniale idea di twittare ai naufraghi l’indirizzo da usare per mandare messaggi e informazioni in tempo reale. Cattivo gusto, disperazione, follia pura? Di sicuro non è citizen journalism ma è un modo sbagliato per fare informazione da tutti i punti di vista a cominciare da quello etico. Il web e non solo, dimostra che la ricetta per rifondare informazione ed editoria non può passare da soluzioni di questo tipo ma semmai attraverso la qualità e l’approfondimento. Il coinvolgimento dei propri lettori non deve essere solo un mezzuccio per avere foto, video e cronache senza spendere un centesimo ma deve altresì completare l’informazione stessa, arricchendola con contributi e testimonianze davvero pertinenti e interessanti e non voyeuristiche, come spesso accade oggi. Ecco perché, oltre che lamentarsi della crisi, molte redazioni farebbero bene a riflettere su come realizzare un’informazione migliore, sopperendo alle mancanze di budget utilizzando al meglio le possibilità offerte dalla Rete anziché continuare a puntare tutto su gallery e video in stile Paperissima o che sembrano prese in prestito dai peggiori settimanali rosa degli anni Ottanta.

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