Un anno di Casa Jannacci #5

Andrea Mancuso racconta la giornata tipo di Paolo, ospite dell'istituto.

Vivere Jannacci, la storia di Paolo

Di Andrea Mancuso / Foto di Andrea Mancuso

Davanti all’entrata in mattoni marroni ci si sente piccoli. La facciata si innalza per parecchi metri sopra la testa. Supero le colonne squadrate, salgo le scale e citofono. Mi dicono di aspettarlo nell’androne, non ci vorrà molto, il tempo di avvisarlo della mia presenza. Mi guardo attorno, davanti a me una porta a vetri si apre su uno dei corridoi che si allungano nella parte esterna della struttura. Una corte. Posso vedere i padiglioni che si affacciano sul giardino. Ai miei lati altri due corridoi, interni. Le persone sostano, transitano, mi passano accanto per uscire. È mattina, il dormitorio si sta svuotando. Sono affascinato, incuriosito, guardo i volti della gente mentre immagino le loro storie. Il suono del mio nome mi riporta alla realtà. Paolo è arrivato. Ci presentiamo, sarò il suo fotografo per tutta la giornata. Lo seguirò nei suoi spostamenti, la sua ombra dall’occhio meccanico.

Alle poste

Il cappello blu con visiera gli calza come un guanto sopra la sua testa. Da entrambi i lati parte una barba bianca, corta e curata, che fa da contorno al suo viso tondo, sposandosi con il pizzetto. Gli occhi azzurri sono accesi, mi sorride nel suo giubbotto senza maniche. Salutiamo gli addetti alla reception e la sua assistente sociale, ed usciamo. La nostra giornata ha inizio. Da subito ho avuto l’impressione che la macchina fotografica non lo inibisse, già da quando ci siamo presentati e lei riposava appesa alla mia spalla. La conferma dai primi scatti, in strada. Mentre ci dirigiamo verso il primo appuntamento della giornata ci conosciamo. Raccontandomi di Casa Jannacci, inizia a parlarmi di se. La visita in Posta non è andata come sperava, la sua tessera con il pocket money non è ancora pronta. Lo sarebbe stata nei giorni successivi spiega l’addetta al di là del vetro che ci separa. Paolo Non sembra particolarmente turbato. Usciamo incamminandoci verso la fermata del 65. Mi spiega che è l’autobus che prende ogni giorno per andare in un altra struttura, questa volta diurna.

Autobus 65

Paolo conosce tutti, saluta e con orgoglio mi presenta alle persone che incontriamo all’interno. Sono un estraneo da evitare. Il mio occhio meccanico non è gradito. Nonostante Paolo, e le mie rassicurazioni sul fatto che nessuno verrà immortalato se non vuole, la diffidenza non scompare. Rimane per tutta la giornata. Gli italiani sono i più restii, gli stranieri al contrario sembrano non curarsene.

Questione di routine

Paolo mi accompagna per la struttura diurna. Il locale lavanderia, dove le persone possono lavare i propri panni. Il locale vestiti, nel quale poter chiedere indumenti. La sala relax con tanto di televisione e tavolini dove parlare, fermarsi, giocare a carte, leggere, in compagnia o da soli. Al piano superiore si può riposare sdraiati su delle poltrone a dormire o semplicemente chiudere gli occhi nel silenzio. All’esterno un giardino con campo da bocce. È ancora presto per il pranzo, così ci sediamo su una panchina accanto al campo. Oggi Paolo è felice, la mia presenza è un diversivo, perché di solito si annoia. Le sue giornate sono sempre uguali. Si scusa con me per la routine della giornata, gli rispondo che per me è tutto nuovo, e che no non deve scusarsi. Sono incuriosito, ascolto, guardo, scatto. La noia è l’ultimo dei miei stati d’animo. Mi racconta del suo incidente, del ricovero in ospedale, della perdita del lavoro, della sua abitazione e di come è finito in Casa Jannacci. Ascoltandolo penso che abbiamo la convinzione che certe situazioni siano così lontane da noi, ma che invece basta così poco perché tutto possa cambiare in modo radicale. Il punto è cosa fai dopo. Lasciarsi andare o cercare di risalire. Paolo è forte, non si è lasciato andare. Lo percepisco nel suo sguardo, nelle parole mentre mi racconta del suo percorso dall’incidente a oggi. Fra poche settimane gli verrà assegnata una casa, un altro passo verso l’autonomia. Lo fotografo sulla panchina, mentre i suoi amici giocano a bocce.

Il pranzo

Manca mezz’ora all’ora di pranzo, ci dirigiamo verso la porta della mensa. Non c’è ancora nessuno in fila e Paolo si accorge della mia perplessità. Senza che glielo chieda mi risponde che è meglio arrivare prima, perché poi sarebbe diventata una bolgia. E così è. In poco tempo le persone arrivano. La fila non è ordinata, siamo stretti uno accanto all’altro come in un vagone della metropolitana all’ora di punta. Non posso fotografare i volti, così rivolgo la macchina fotografica verso i piedi, per cercare di rendere l’idea. Le porte della mensa si aprono. Entriamo a piccoli gruppi, chiamati dagli inservienti come fossimo all’entrata di in un locale notturno, solo che qui non si fa caso a come si è vestiti. Entriamo e ci sediamo. Il locale mensa è ampio, le file di tavoli che partono dalle pareti lasciano libero un corridoio centrale. Mi sembra di tornare alla mensa della scuola, anche se gli alunni sono un po’ cresciuti. Dopo la preghiera, gli inservienti passano con il carrello dei pasti a ogni tavolo. Il cibo è più che decoroso, è buono. Continuiamo a parlare, continuo a fotografarlo.

Il ritorno a casa

Finito il pranzo, ci prendiamo un caffè alla macchinetta. La giornata sta giungendo al termine, Paolo mi dice che fra poco la struttura chiuderà, tutti i servizi sono attivi fino alle tre del pomeriggio in modo che le persone abbiano il tempo di tornare alle loro strutture notturne. Salutiamo. È un peccato, penso, che sia solo una giornata. Avevo iniziato a prendere confidenza con le persone e loro con me. Penso che sarei riuscito a fotografarle nei giorni avvenire. Con questo pensiero ci dirigiamo verso la fermata del 65. Risaliamo le scale di Casa Jannacci. Paolo è contento, lo dice alla sua assistente sociale appena rientrati. Io lo sono per e con lui. Sono felice di non averlo annoiato, disturbato. Lo saluto e lo ringrazio per tutto, perché per me non stata solo una giornata fotografica, è stata una lezione di vita.