Storie di Mafia, intervista a Tony Gentile

Davide Barbera intervista l'autore di uno degli scatti più emblematici degli anni della lotta a Cosa a Nostra

Bozza automatica 359

Di Davide Barbera / Foto di Tony Gentile

Maggio 1992, giorno 23, ore 17.57. Autostrada A29, Capaci, Isola delle femmine, Palermo. Un boato, come un tuono e i resti di un attentato che ha segnato la storia d’Italia. A mettere la firma Cosa Nostra, nello specifico Toto Riina e uno stuolo di collaboratori che temevano il lavoro portato avanti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quest’ultimo sarebbe morto due mesi dopo, il 19 luglio nella strage di via d’Amelio a Palermo. La morte dei due magistrati ha rappresentato una svolta nella lotta alla mafia. L’opinione pubblica fu scossa nel profondo anche grazie a una copertura mediatica di forte impatto. Gli anni della “guerra” a Cosa Nostra hanno dato alla luce grandi lavori fotogiornalistici ed esaltato i lavori di Letizia Battaglia, Franco Zecchin o Tony Gentile per citarne alcuni. È proprio con quest’ultimo che Witness Journal ha voluto parlare, grazie all’intervista realizzata da Davide Barbera.

“La guerra”. Il pensiero va istintivamente a qualcosa di distante dal nostro quotidiano, in luoghi in cui è il fotografo a doversi recare. In questo caso potremmo dire il contrario. Dov’era quando è cominciata?

Ho iniziato il mio percorso professionale nel 1989, quando la prima guerra di mafia, documentata tra gli altri da Letizia Battaglia e Franco Zecchin, si era già conclusa. Senza saperlo ci si avviava verso gli anni delle grandi stragi. Ero un giovane fotoreporter e collaboravo per il quotidiano locale, ma un’agenzia distribuiva le mie foto anche a livello nazionale. Intitolare un libro, così come un film, credo sia tra le operazioni più difficili. Una volta chiariti i contenuti dell’opera, bisogna sintetizzarli in poche parole che devono attrarre e suscitare una sensazione. Il titolo anticipa un tema molto indagato in fotografia. Ci sono grandissimi professionisti che si sono confrontati con i conflitti, seguendoli in giro per il mondo. Nel nostro caso – dico “nostro” in quanto una parte rilevante del libro è affidata al testo di Davide Enia – la scelta è legata al fatto che soprattutto per noi palermitani, quel periodo è stato un periodo di guerra. Gli anni ‘80 e ‘90, culminati con gli attentati del ‘92, sono stati un momento molto particolare per la città di Palermo. Questi eventi hanno rappresentato la nostra guerra. Intitolarlo così era un modo per entrare nello specifico di uno scontro che la nostra generazione ha vissuto sia materialmente, che moralmente. Del resto anche a Palermo erano presenti tutti gli elementi visivi ricorrenti di una guerra. Ci sono stati i palazzi sventrati, tipici dei bombardamenti, i morti – Palermo ne ha avuti tanti – e l’esercito. Quando si muove l’esercito? In linea di massima quando è in atto una guerra. E la città è stata invasa dai soldati. Tutti questi fattori rimandavano all’aspetto “classico” di un conflitto armato. Per non dimenticare le parole che un giornalista disse in televisione la sera del 23 maggio ‘92, fornendo le prime notizie sull’attentato di Capaci: “Questa è una guerra”.

E ancora: “Una storia siciliana”. Data la vastità del suo archivio, potrebbe voler significare anche “una (tra le molteplici)” che avrebbe potuto raccontare.

Abbiamo scelto il sottotitolo “Una storia siciliana” per concentrare l’attenzione nel cuore della guerra che volevamo raccontare. Da palermitano ho vissuto determinate situazioni in maniera diretta, diversamente da come avrebbe potuto viverle un inviato. Per me rappresentano una parte della mia vita umana e lavorativa. Il mio percorso professionale, però, mi portava ad intrecciare tante vicende della vita di una città. E anche in una città che si trova al centro di un conflitto, tra il bene e il male, tra la mafia e lo Stato, districandosi tra omicidi e bombe, è ovvio che ci sia una parte della comunità che conduce – deve farlo – una vita normale. Il mio lavoro racconta tanto l’aspetto violento delle stragi quanto i momenti di “normalità” che ogni luogo possiede, anche nei periodi più complicati. Questo contrasto è reso bene all’inizio del libro, che si apre con una foto molto didascalica, che ha lo scopo di introdurre i connotati storico-geografici in cui ci troviamo: Italia ‘90. Si disputavano i mondiali di calcio, uno dei massimi momenti di festa di una nazione e di città come Palermo, che ospitava alcune partite in tabellone. C’era la presenza di tanti tifosi stranieri, provenienti dall’Olanda, dall’Egitto. Questo contribuisce a rendere l’atmosfera ancora più “normale”. Da questa foto si passa al contenuto vero dell’opera, riassunto nel titolo e subito dopo, voltando pagina, ai palazzi devastati di Via D’Amelio. Uno shock introduttivo, immediato. Come a voler dire, cosa sono stati gli anni ‘90? Sono stati gli anni delle stragi, in una guerra che ha coinvolto Palermo e l’Italia, dato che presto seguirono gli attentati a Firenze, Roma e Milano.

Come si è svolto l’editing?

L’editing non è stato semplicissimo, ma nemmeno eccessivamente complicato. È anche vero che, probabilmente, non avrei pubblicato il libro se non avessi avuto un curatore come Giuseppe Prode, che ha creduto in questo progetto e lo ha portato avanti. Forse non avrei aperto l’archivio alla ricerca di una narrazione che potesse unificare le mie immagini. Lo credevo un lavoro un po’ confuso, frutto della cronaca, formato da tante cose, alcune delle quali anche interessanti se prese singolarmente… ma mi mancava la visione d’insieme necessaria a ricavarne un’unica storia, che fosse organica. L’insistenza di Giuseppe mi ha spinto ad analizzare nuovamente tanto materiale, che poi è una delle esperienze più belle che possa capitare ad un fotografo con una certa quantità di archivio alle spalle. Questa è stata un’operazione abbastanza complessa; poi, grazie anche alla mole di materiale a nostra disposizione, sintetizzare il tutto fino ad arrivare alle circa 70 foto che compongono il libro, non la ricordo come una fase difficile. L’idea di base era molto chiara.

La foto di cronaca è spesso considerata l’antitesi dell’approfondimento, più votato, si direbbe oggi, allo storytelling. Eppure dai lavori di “cronisti” come lei, Letizia Battaglia e Franco Zecchin, sono nate opere fondamentali per la narrazione della Palermo di quegli anni.

La fotografia di cronaca spesso è considerata subalterna a quella di approfondimento giornalistico. Io credo che non ci sia grande differenza tra l’una e l’altra. È una questione di atteggiamento professionale: c’è chi preferisce lavorare con tempi molto lunghi, chi in estrema rapidità. In realtà entrambi raccontano la cronaca, se intesa come fatti che accadono in un determinato momento. Questi stessi fatti poi, che non sono altro che pezzi di cronaca, a distanza di tempo vengono selezionati per la loro importanza e concorrono a creare la Storia. La cronaca rappresenta quel tipo di fotografia che poi ci ritroveremo ad utilizzare, in maniera sintetica e simbolica, per raccontare importanti frangenti temporali del nostro Paese. Penso allo scatto di Gianni Giansanti – il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro – testimone di un periodo storico ben preciso. O le foto di Tano D’Amico sugli scontri di piazza degli anni ‘70. Infine mi vengono in mente le immagini dell’attentato a Giovanni Paolo II, alcune delle quali prodotte dagli stessi turisti presenti sul posto. In quel caso, l’immagine diventa potente in virtù di cosa rappresenta. Alla fine, a prescindere dal grado di approfondimento con il quale il fotografo abbia lavorato ad un determinato progetto, le foto che rimangono impresse nella nostra memoria sono poche. E sono le foto di cronaca.

Quella che adesso è riconosciuta come un’icona collettiva, ha vissuto più vite.

Al ragionamento sulla cronaca non si sottrae la foto di Falcone e Borsellino. Un’immagine che è nata per uno scopo e poi, nell’arco di un determinato periodo di tempo, ha acquisito altri nuovi significati. Fino a quando la gente comune non se ne appropria, per farla diventare il vessillo di un pensiero di legalità, onestà, amicizia. Una foto che, a prescindere dal contesto e dal motivo per cui è stata scattata, assume il valore di un simbolo di qualcosa di più grande, che va ricercato e studiato ben al di là della materia fotografica.

La retorica post-mortem che avvolge le figure di Falcone e Borsellino, tende ad oscurare l’importanza di due momenti significativi: quello precedente e quello subito successivo ai fatti del ‘92. Nel primo caso con riferimento all’isolamento in cui i due magistrati furono spesso relegati, da Stato e cittadini; nel secondo caso all’accoglienza che Palermo riservò all’arrivo dell’esercito, dopo le stragi, che coincide anche con la prima reazione “popolare” contro la mafia.

La foto di Falcone e Borsellino cambia, in realtà, quella che era la percezione degli stessi magistrati, sia da parte di alcuni cittadini che di alcuni addetti ai lavori. Non immaginiamo che Falcone e Borsellino siano stati amati sempre, anche prima della loro morte. C’era grande diffidenza, a volte qualcosa di più della diffidenza. Difficilmente dimenticherò le lettere inviate ai giornali dagli inquilini del palazzo dove viveva Falcone, auspicandosi che il magistrato venisse trasferito in una località nella quale vivere senza recare disturbo alla cittadinanza. Da qui nasce il principio dell’isolamento, da parte della città, così come dello Stato che avrebbe dovuto proteggerlo. Lo stesso vale per Borsellino. Non mancarono gli attacchi alla magistratura quando una della auto della sua scorta, in Via Libertà, investì ed uccise due giovani studenti. La morte trasforma tutto e cambia completamente la narrazione, capovolgendo il pensiero di molti; ha fatto in modo che si dimenticasse tutto quello che si pensava sul conto di Falcone e Borsellino fino alla settimana prima degli attentati. I rapporti della città con le istituzioni sono sempre stati rapporti di grande conflittualità.

All’interno del libro ci sono alcune foto che rievocano bene queste circostanze.

Sì, mi è successo di trovare un paio di foto all’interno del mio archivio, che aiutano a rappresentare quest’idea. La prima raffigura Falcone all’arrivo del funerale del giudice Livatino. Un funerale eccellente, un altro magistrato ucciso dalla mafia, sebbene quasi sconosciuto alle cronache nazionali prima della sua morte (definito poi da Cossiga “il giudice ragazzino”). Mi trovavo in una posizione sopraelevata quando vidi arrivare Falcone, attraverso una folla di gente che non lo notò minimamente, nonostante fosse l’uomo più scortato d’Italia. Questa foto, benché sia un’istantanea che non racconta quale fosse il pensiero reale delle persone attorno a lui, rappresenta simbolicamente l’idea della solitudine. L’idea di un uomo solo ed abbandonato di cui pochi si interessano, se non gli uomini della scorta che lo precedono. La seconda foto, invece, sovverte quella che si credeva potesse essere la reazione del tipico cittadino palermitano ad un’invasione militare. Ad immaginarla non sarebbe stata una bella reazione, dato il contesto di illegalità diffusa nel quale si viveva. Al contrario, in questa immagine immortalo il gesto di vittoria che un comune cittadino rivolge ai soldati, al passaggio di una camionetta intenta a pattugliare le vie del centro. Questa foto mi fa pensare a quelle dei militari americani che arrivano a Roma o a Parigi, a quelle scene consegnate alla Storia da Robert Capa, in cui l’esercito viene accolto in maniera festosa dalla popolazione locale. E la sensazione dei palermitani fu simile, in realtà, a quella di una liberazione dall’oppressione mafiosa. O perlomeno ne percepì il tentativo da parte dello Stato.

All’interno di un contesto storico diverso da quello degli anni ‘80 – ’90, dove il fenomeno mafioso è meno evidente, come crede lo si possa raccontare fotograficamente?

Oggi Palermo e la Sicilia non sono certamente quelle degli anni ‘90. Raccontare il fenomeno mafioso sarebbe molto complesso. Fondamentalmente perché – e qui credo di poter assimilare il pensiero di altri fotografi che hanno agito in quegli anni – noi non abbiamo lavorato sulla mafia. Noi abbiamo raccontato le conseguenze delle azioni della mafia, in un momento in cui queste erano molto violente. La mafia agiva e noi raccontavamo quello che stava succedendo, paradossalmente come se fossimo una sorta di ufficio stampa che riportava le loro azioni. Difficilmente si riusciva a raccontare la mafia dall’interno, perché era sostanzialmente impossibile. Essendo cambiata la strategia mafiosa, non essendoci più una contrapposizione militare con lo Stato, quel tipo di conseguenze sono venute meno. Apparentemente è una storia che non esiste più, in quella forma. Ma la mafia esiste ancora, nei colletti bianchi, nell’alta finanza, nel traffico di droga. Venuta meno la violenza, rimane qualcosa di molto più “normale”. Si potrebbe dire che tutto quello che abbiamo intorno è conseguenza della mafia: l’abusivismo, la corruzione. Potremmo decidere di andare a cenare in un ristorante, senza sapere che è una lavanderia in cui si ricicla il denaro sporco. Tutto ciò è dovuto alla diffusione trasversale della mafia. A livello visivo è complicato individuare, oggi, elementi che possano incarnarla come un tempo.

Il salto del bambino in copertina ritorna alla fine del libro. È un gesto evocativo. Potremmo pensarlo come il tentativo di andare altrove, o perlomeno di spostarsi da dove ci si trovava. Nel mezzo, un tempo sospeso, fatto di rischi e speranze. Come percepisce Palermo oggi?

Quella foto è molto significativa. Rappresenta un bambino, una persona che ha davanti un futuro da poter cambiare, più di quanto possa farlo un adulto. Un bambino ha più tempo e prospettive, più coraggio, rispetto ad un adulto con una mentalità già formata (a maggior ragione se formata in ambito mafioso). Poi c’è il gesto. Un salto tra le macerie, che ho identificato con una speranza di cambiamento. Non hai la certezza che alla fine ti troverai in un posto migliore, ma ti sei impegnato per arrivarci. Non so se Palermo sia cambiata nel suo intimo, rispetto agli anni ‘90. O meglio, è cambiata molto e sotto molti punti di vista, proprio a partire dalla reazione collettiva di quella stagione. Credo comunque non sufficientemente a cambiare in maniera definitiva, perché una certa mentalità e una certa cultura mafiosa persistono. C’è senz’altro meno violenza, ma quello ha a che fare con una strategia precisa. Sono cambiati i boss, i padrini, ma la mafia come elemento di potere e di corruzione, che ricerca e ottiene approvazione, è forte quanto prima. Un film recente di Franco Maresco lo evidenzia bene. A Palermo – e non solo – la mentalità mafiosa esiste ancora e nutre largo consenso.