“Samudaripén”. Il genocidio dimenticato

Viaggio nella memoria, all'interno del campo regolare di Via Impastato a Milano, tra passato e presente in compagnia di Giorgio Bezzecchi.

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Di Andrea Mancuso / Foto di Alessandro Barile e Andrea Mancuso

Il 27 gennaio si è celebrato il giorno della memoria delle vittime dell’Olocausto. Rom e Sinti furono tra le etnie perseguitate dal regime nazista e fascista che, facendo leva sui pregiudizi sociali esistenti, misero in atto una campagna discriminatoria mossa dall’assurda convinzione che «Gli Zingari risultano come un miscuglio pericoloso di razze deteriorate» (Robert Ritter, direttore del Centro Ricerche per l’Igiene e la Razza – Berlino). Con la conseguente deportazione nei campi di concentramento, dove si stima trovarono la morte 500.000 persone di lingua romanès.

Giorgio Bezzecchi

È un sabato mattina, la pioggia ha appena cessato di cadere. Il sorriso negli occhi di Giorgio Bezzecchi anticipa un cielo che stenta ad aprirsi. Mentre ci accompagna all’interno del campo di via Impastato, nella periferia sud di Milano, non posso fra a meno di notare che portiamo lo stesso cappello scuro, con una stella rossa in evidenza.  

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Giorgio è il direttore del Museo del Viaggio “Fabrizio De Andre” di Milano e Docente all’Università di Pavia al Master Genere ed Immigrazione, figlio di Goffredo Bezzecchi, detto Mirko, deportato e sopravvissuto al campo di concentramento di Tossicia (Teramo) e insignito della Targa d’argento del Senato e medaglia d’oro al valor civico per onorare la sua condizione di ex-deportato. Nel corso degli anni Giorgio ha assunto diversi incarichi nazionali ed internazionali costruendo una lunga carriera di attivista per i diritti umani a partire dal 1983.

Museo del Viaggio

Nel campo regna il silenzio, i nostri sono gli unici passi che percorrono il selciato. A causa del covid i residenti, circa una cinquantina, principalmente la famiglia Bezzecchi e una famiglia di Rom Harvati proveniente dalla Slovenia, si sono messi in autoisolamento cercando di ridurre al minimo il contatto con l’esterno. La struttura di Via Impastato è una dei campi rom regolari della città con al suo interno un piccolo tesoro. Il museo del viaggio, un luogo della memoria unico in Italia per far conoscere la ricchezza e la varietà della cultura Rom e Sinti. Intitolato a Fabrizio De Andrè, l’idea vide la luce nel 2011, grazie al progetto di inclusione sociale “Dallo stereotipo negativo alla conoscenza”, sostenuto da Fondazione Cariplo, che ha visto coinvolti il Consorzio SiR, la cooperativa Romano Drom e l’Opera Nomadi Milano.

“Samudaripén”. Il genocidio dimenticato

La dedica a Fabrizio De Andrè nasce dalla collaborazione di Giorgio Bezzecchi con il cantautore nell’album Anime salve; collaborando alla stesura del testo della canzone Khorakanè (A forza di essere vento) e in particolare tradotto la parte finale in lingua romanès.

«Fabrizio è stato un grande amico. E quest’idea del museo a lui sarebbe piaciuta molto, perché è una difesa e una valorizzazione della diversità». Chiuso da un anno, da quando è iniziata la pandemia, il museo si trova all’interno di un piccolo locale prefabbricato dove è raccolta documentazione sulla cultura Rom e Sinti con pubblicazioni, immagini, tesi di laurea, materiali audiovisivi, oggetti della tradizione e tutti i numeri della rivista Lacio Drom che per prima in Italia si è occupata della cultura Rom e Sinti.

«Le visite sono principalmente rivolte a scolaresche e ricercatori. L’esperienza non è solo l’occasione di accedere a dei documenti ma la possibilità di entrare nel campo regolare, incontrare le persone e vedere come le famiglie hanno vissuto nel corso del tempo, nei diversi tipi di abitazioni. Il valore aggiunto risiede anche nella partecipazione attiva degli ospiti del campo, che accompagnano i visitatori alla scoperta del popolo Rom». Purtroppo nonostante il valore unico del museo, non arrivano fondi esterni e il mantenimento grava della famiglia Bezzecchi, rendendo difficile i lavori di manutenzione e ampliamento.

Il peso delle parole

Ci fermiamo ai piedi di una carovana accanto al museo. Nata prima dell’auto, risale ai primi anni del ‘900, trainata da un cavallo, fu costruita come abitazione per riparare e allietare i viaggi delle famiglie rom e sinti, nasce con le normali ruote di legno dei carri per poi nel tempo venire adeguata alle esigenze del viaggiare e quindi dotarsi nel dopo guerra di ruote cingolate dei mezzi bellici colpiti e abbandonati ed infine, negli anni 50 di ruote automobilistiche di cui e ancora dotata.

Accanto ad essa, disquisiamo di termini. Porrajmos fu introdotto da Ian Hancock per indicare il genocidio dei Rom e dei Sinti in uso da diversi decenni. Non ha un’origine naturale nella lingua romaní; si tratta infatti di una costruzione linguistica a cui si possono attribuire significati diversi, che spaziano tra “divorare”, “violentare”, “stuprare”, “abusare” «il significato “divorare” appare secondario rispetto a tutti gli altri. Da anni si discute sul termine Porrajmós, in quanto nella lingua romaní evoca una conseguenza disgustosa riconducibile a ripetuti abusi dei genitali femminili e di una zona del corpo maschile. Si sa che presso i Rom i riferimenti espliciti o anche solo le allusioni alla sessualità costituiscono un tabù, le parole “volgari” vengono riservate agli insulti proprio perché considerate “marimé” (impure)». Incamminandoci attraverso il campo «Samudaripén, (tutti morti) è il sinonimo adatto. Dovremmo trovare il modo per superare gli ostacoli psicologici di natura linguistica, che però possiamo affrontare spiegando in che modo la parola Porrajmós è stata generata. Soffermarci a considerare che anche nella lingua italiana esistono parole che per il loro suono evocano immagini diverse dal loro significato, (zingaro). Se sappiamo che essa ferisce la sensibilità di chi ci legge o ci ascolta nulla ci impedisce di ricorrere ad altre espressioni quando ne scriviamo e ne parliamo, limitando il più possibile l’impiego di queste parole nella pratica quotidiana».

Fare Memoria

Sulla soglia di casa un residente si presta a una foto «è una cultura in continua evoluzione, i rom di vent’anni fa non sono i rom di oggi. Molti non sanno che il 27 gennaio è il giorno della memoria. Fino a vent’anni fa non si poteva nominare un morto, quindi non si parlava di quel periodo. Ciò che è accaduto durante il genocidio ha pesato. Se pensate che non c’è famiglia che non ha perso un caro, quasi tutti gli adulti sono stati uccisi. A me hanno ucciso un nonno, deportato il padre, ucciso due miei zii. Siamo una cultura orale, quanti potevano tramandare?»

«Ricordo che da bambino non capivo la preoccupazione della mia famiglia allargata a farsi internare, uso il termine impropriamente, nel primo campo comunale d’Italia, in Via Negrotto a Milano (tutt’ora esistente). La preoccupazione che ci stanno rinchiudendo, ci rimandano in Germania, vogliono deportare, ampliata dal fatto che il campo confina con la ferrovia. Sentimento alimentato anche nell’errata idea della rieducazione verso la comunità rom e sinti, da parte delle istituzioni. Nel 67’ ci fu un grosso lavoro dei servizi sociali, con pensato di rieducarci, presero da tutte le famiglie numerose i bambini più grandi per rinchiuderli nel Collegio del Fanciullo Sinto. Tutti noi salimmo felici sui pullman per andare al collegio, dove per un anno non abbiamo più rivisto i nostri familiari, maltrattati, con gli educatori che ci picchiavano sulle mani con la bacchettina». Da qualche tempo nelle comunità rom e sinti, si è iniziato a parlarne e a discuterne, soprattutto nel Centro e sud Italia dove sta aumentando il numero di giovani attivisti diplomati e laureati che stanno cercando di stimolare il ricordo

Al nostro passaggio, una bambina spunta da dietro una tenda, per poi rientrare intimidita appena si accorge di noi. È quasi ora di pranzo, ci congediamo. Un tempo prezioso passato insieme a Giorgio, lo ringraziamo per la disponibilità e nella sua gentilezza ci invita a passare in primavera. Gli alberi sono tutti fioriti e il campo è più bello ci assicura. Torneremo e chissà che la situazione pandemica permetta al Museo di riprendere la sua attività al più presto. Fare memoria, l’incontro con l’altro mettendosi in ascolto, la costruzione di una civiltà comune attenta alle differenze e rispettosa delle originalità.