Rotta balcanica

L'emergenza umanitaria dei migranti in fuga dalla Siria sulla rotta balcanica analizzata dal punto di vista delle donne intervistate durante negli hotspot tra Macedonia, Serbia e Slovenia

WJ 77 | Rotte balcaniche di Stefano Schirato e Jenny Pacini
WJ 77 | Rotte balcaniche di Stefano Schirato e Jenny Pacini

Ameena è seduta per terra, ricurva su sé stessa per proteggersi dal freddo. Tra le braccia, avvolto in tre giri di coperta, c’è suo figlio di 6 mesi, intento a succhiare le gocce di latte che gli somministra da una siringa senz’ago. Sabah, invece, preferisce allattare dal suo seno, in piedi e dietro le transenne, per non perdere la fila che le permetterà di entrare nel centro di transito a Preševo, in Serbia, dove dopo lunghe procedure di identificazione, potrà prendere l’autobus per raggiungere il confine con la Croazia. Tra i migranti e i rifugiati che transitano ogni giorno lungo la Rotta dei Balcani, migliaia sono donne e bambini. Madri allo stremo delle forze che hanno bisogno di tutto: acqua, medicine, cibo per neonati, e un posto in cui riposare, nell’attesa di proseguire il viaggio. Donne costrette a lasciare il proprio Paese, passando per la Turchia, approdando in Grecia dopo traversate in mare da incubo, spesso guardando la morte in faccia. E dopo le isole greche, attraversano la Macedonia, per dare inizio alla lunga marcia sui Balcani che le porterà nel cuore dell’Europa. “Vorrei tanto andare in Svezia e raggiungere il mio fidanzato” mi confessa Safia, afghana di 22 anni, mentre attraversa a piedi i binari della stazione di Tabanovce (Macedonia), l’ultimo sperduto paesello al confine con la Serbia. È qui che i pullman provenienti dalla Grecia riversano fiumi di persone. Ed eccoli lì, sono loro i cosiddetti “migranti” che già si mettono in cammino sui binari per deviare in aperta campagna ed entrare in Serbia attraverso un valico “informale”.

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