Presidio contro i simboli di violenza e colonialismo

Davanti al palazzo del Comune di Milano, Non una di Meno ha organizzato un presidio per protestare contro una società che ancora non riesce a fare i conti col proprio passato, a cominciare dai simbolismi evocati dalla statua di Indro Montanelli

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Di Andrea Mancuso / Foto dell’autore

Palazzo Marino, martedì 16 giugno 2020, ore 18:30, la pioggia cede il passo al sole che, prima di congedarsi, saluta una piazza che via via si riempie colorandosi di viola, raccogliendo l’appello al presidio indetto da Non Una Di Meno – Milano. Manifestazione nata in risposta alle dichiarazioni del sindaco Beppe Sala e alla levata di scudi del mondo politico e giornalistico seguiti alla “verniciatura” della statua di Indro Montanelli nei giardini di Palestro. Salvo rare eccezioni, infatti, da quel mondo in tanti hanno difeso la figura di Montanelli giustificando le sue rivendicazioni (fino al giorno della sua morte) alle violenze contro una bambina di 12 anni durante la vergognosa e sanguinosa campagna coloniale in Etiopia sotto il fascismo nel 1936.

Sotto lo sguardo incuriosito dei passanti, il presidio prende forma, “Decolonize the city – make it transfeminist”. Da più parti ci si raccomanda di rispettare le precauzioni di salute collettiva, mantenendo le distanze interpersonali e l’uso dei dispositivi di protezione individuali. Mentre si definiscono gli ultimi dettagli prima di iniziare, c’è spazio per immortalare lo striscione che dà il nome al presidio: “Stupro, pedofilia e colonialismo non sono un errore!”

Ci si alterna al microfono, gli applausi riempiono le pause tra un intervento e l’altro: “Le istituzioni pubbliche scelgono un’ennesima volta di ignorare le atrocità del passato e del presente – denuncia Non una di meno – alimentando una cultura della violenza strutturale, negando qualsiasi discussione su colonialismo e razzismo”.

“Chiamiamo le cose con il proprio nome”, intimano gli slogan che per tutto il tempo del presidio sono rimasti ben visibili in aria. Definire stupro e pedofilia come “macchie” potenzialmente presenti nella vita di tutti significa banalizzare e normalizzare la violenza, parole che coprono  “stupro” e “pedofilia”, nonchè “razzismo” e “schiavitù”. Una presa di posizione con il fine di costringere l’Italia a fare i conti con la sua storia e a rimetterla in discussione, per aprire gli occhi sul presente. Un Paese dove tuttora esiste un problema razziale, dove la nostra legge sulla cittadinanza è una delle più arretrate al mondo. Le coste italiane sono diventate da troppi anni un cimitero. La cultura italiana, dai media alle università è quasi interamente maschile e bianca. Tutti i lavori ad alto tasso di sfruttamento, dalle consegne a domicilio all’agricoltura, sono fortemente pervasi da discriminazioni razziali.

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Una catena di fazzoletti viola si allunga verso il lato della piazza. Una sfilata sotto gli occhi delle forze dell’ordine, delimita l’accesso alla strada che costeggia la piazza, mentre la vernice, lettere dopo lettera, forma una scritta, un urlo sull’asfalto: “Colonialismo è stupro!”