Nome in Codice CAESAR. Detenuti siriani vittime di tortura.

Ex Fornace Gola, Alzaia Naviglio Pavese, 16 Milano. 2 – 8 marzo 2017

Trenta fotografie, scelte tra le oltre 50.000 immagini trafugate da un ex poliziotto militare, nome in codice Caesar.  Immagini crude che testimoniano gli orrori patiti dai detenuti oppositori del regime nelle carceri siriane, tra il 2011 e il 2013.

Le foto, riconosciute come autentiche da commissioni d’inchiesta e medici legali, hanno permesso alle famiglie delle vittime di riconoscere dei propri cari e rappresentano prove uniche e documenti d’eccezione nei processi internazionali per crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal regime siriano, avviati da Germania e Francia, oltre che dall’Audiencia National di Madrid, l’Alta Corte spagnola competente  su questioni di diritto internazionale e terrorismo.

Allestita negli spazi dell’Ex Fornace Gola (Nuova Alzaia Naviglio Pavese 16), la mostra  è stata promossa da un comitato composto da Amnesty International Italia, FOCSIV, Un Ponte Per, UniMed, FNSI e Articolo21, ed organizzata a Milano dall’ONG Celim-Impact to Change e l’associazione  The Zeppelin, con il patrocinio del Comune di Milano, che  sul territorio lombardo le foto già esposte al Palazzo di Vetro di New York, Museo dell’Olocausto di Washington, Parlamento Europeo e in Italia a Roma (Maxxi) e Napoli.

Negli stessi giorni sono previste serate d’informazione sul contesto politico e sociale della Siria, con  la partecipazione di giornalisti e attivisti, proiezioni di documentari e una giornata conclusiva, l’8 marzo, che vedrà come ospiti d’eccezione due donne: la giornalista italo siriana Asmae Dachan e l’avvocato Almuneda Bernabeu, co-fondatrice della Guernica 37 International Justice Chambers, che nel febbraio 2017 ha presentato un’accusa formale ad un tribunale nazionale con competenza internazionale per fatti legati ad “azioni di terrorismo, aiuto ed assistenza alle vittime di crimini violenti”. (Valeria Ferraro)

Per il programma degli eventi:

Nome in codice Caesar: detenuti siriani vittime di tortura