Intervista a Ozan Köse

Il fotoreporter turco di AFP racconta alla nostra redattrice Valeria Ferraro il suo lavoro in prima linea e la “sua” lunga notte del tentato colpo di Stato.

An anti goverment protester flashes a victory sign during the clashes between protestors and riot police on Taksim square in Istanbul on June 22, 2013. Turkish police used water cannon today to disperse thousands of demonstrators who had gathered anew in Istanbul's Taksim Square, calling for the resignation of Prime Minister Recep Tayyip Erdogan. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

di Valeria Ferraro

La controversa vittoria al World Press Photo dell’immagine che rappresenta l’uccisore dell’ambasciatore russo Andrei Karlov, in una galleria di Ankara, scattata da Burhan Özbilici, fotoreporter dell’Associated Press, nella sezione “Spot News Stories”, testimonia il costante impegno e attività dei fotografi che vivono in un Paese in cui può sempre succedere qualcosa.

In un’intervista a The Guardian, il fotografo turco ha raccontato le emozioni di quella sera e della consapevolezza di esser davanti ad un evento di cronaca rilevante, quindi da documentare con il suo strumento professionale: la macchina fotografica.

Questa visione è condivisa da altri professionisti nati e cresciuti in Turchia. Testimoni in prima linea degli eventi drammatici e dalle questioni sociali e politiche del proprio Paese e il Medio Oriente. Un lavoro, quello dei fotografi locali, emotivamente e professionalmente difficile, come si può leggere nell’intervista rilasciata da Ozan Köse, fotoreporter per Agence France Presse dal 2012, e autore delle foto del tentato colpo di Stato in Turchia, lo scorso luglio 2016.

Foto d’impatto che mostrano i soldati, per lo più giovani e con espressioni attonite, vicino ai dimostranti con bandiere turche, sotto il monumento della Repubblica, in cui sono raffigurati i soldati di Atatürk, in Piazza Taksim, Istanbul. Dalle proteste di Gezi Park, nel 2013, Köse e il suo collega Bülent Kiliç, vincitore per due anni consecutivi del World Press Photo, e altri fotografi turchi sono emersi sulla scena internazionale, portando una una fresca ondata di nuovi nomi alla storia del fotogiornalismo turco, legato per anni al nome di Ara Güler, nominato corrispondente per Time-Life nel 1958.

Tra i vari fotoreporter turchi che hanno catturato l’attenzione del pubblico occidentale si ricorda i nomi di Emin Özmen, fotografo di Agence Le Journal, nominato membro della giuria per il World Press Photo Multimedia Contest, e Nilüfer Demir, che lavora per la Doğan News Agency e ha scattato la foto del piccolo siriano, Aylan Kurdi, annegato con altri rifugiati durante la traversata per la Grecia. C’è, inoltre, una giovane e promettente generazione di fotografi turchi, che racconta gli eventi politici e sociali con nuovi linguaggi, come Barbaros Kayan, vincitore dei Sony Awards 2016 con Moving Portraits, un lavoro concettuale sull’identità dei rifugiati.

In questo panorama, il lavoro di Ozan Köse può essere collocato nella categoria delle foto di cronaca, con una grande attenzione alla dimensione estetica e con una sensibilità speciale per le conseguenze della pubblicazione sul pubblico. Quest’attenzione emerge chiaramente dalle foto sul tentato colpo di Stato e dalle sue parole, ascoltate in un’umida e calda notte a Istanbul, nel clima sospeso che accompagna lo stato di emergenza, tutt’oggi in vigore, mentre si attende il referendum che, il prossimo 16 aprile 2017, potrebbe sancire il passaggio della Repubblica ad un sistema che garantisce più poteri alla più alta carica dello Stato.

Ozan Kose. Foto di Valeria Ferraro/WJ

Iniziamo con una domanda classica, quando hai iniziato a interessarti di fotografia?

A dire il vero, mio padre e mio zio avevano uno studio fotografico a Istanbul. Forse era uno dei primi studi fotografici degli anni ’50, in un luogo chiamato Gaziosmanpaşa, un po’ fuori Istanbul, effettivamente una sorta di periferia. La gente veniva da tutta Istanbul; poi, agli inizi degli anni ‘60, mio padre andò in Germania, dove lavorò prima in una miniera e, poi, in altre fabbriche. In seguito portò suo fratello lì, sai, per guadagnare. Così lavorarono in Germania, ma non smisero di interessarsi alla fotografia. Iniziarono a fotografare le persone lì, turchi. Inoltre, mio padre fabbricò una speciale camera oscura per sviluppare le pellicole in bianco e nero. Scattavano come amatori, giusto per hobby. A metà degli anni ’70 sono nato io e sono cresciuto con la fotografia. Ho avuto la mia prima macchina fotografica a otto anni, mio padre m’insegnò a fotografare, a sviluppare il bianco e nero. Così, a undici anni, ero già capace di fare tutto da solo.

Così hai sempre voluto fare il fotografo? E perché hai scelto proprio il fotogiornalismo?

Quando mi chiedevano cosa volessi essere rispondevo “un fotografo”. Il fotogiornalismo mi è venuto in mente mentre ero a scuola. Abbiamo fatto una gita a çanakkale. Eravamo su una barca e ho visto due fotografi, documentaristi, che riprendevano immagini di persone, luoghi, scene di vita. Ho parlato loro, perché m’interessavano quelle persone con i “vestiti dei fotografi”; sai i gilet multitasche. Gli ho chiesto chi fossero e mi dissero che erano “fotogiornalisti”.

Qual è stato il tuo primo lavoro?

In realtà ho iniziato con Birgün, un giornale di sinistra. Me lo suggerì un amico fotografo e loro offrivano una sorta di apprendistato, così iniziai a scattare per loro. Quel periodo era, inoltre, quello dei primi anni del partito al governo [Partito Giustizia e Sviluppo, AKP]. Paragonando la situazione di allora a quella di oggigiorno, nel 2004 c’era più libertà per la gente. Tornando a me, in seguito, un altro quotidiano mi offrì un lavoro con un po’ di paga e iniziai a lavorare per loro. Cambiai lavoro, la mia carriera progredì e, dopo 12 anni, lavoro per AFP. È il top in Turchia.

Tu e Bulent Kiliç lavorate entrambi per AFP, ma c’è anche una nuova generazione di fotografi turchi che sta emergendo, a cosa si deve questo fermento? 

La nuova generazione sta cambiando. Negli anni ’90 c’era una generazione, alla fine del 2010 c’era un’altra. Il punto di rottura è stato il periodo delle proteste di Gezi. Ho incontrato molti ragazzi, avevano foto molto buone. Effettivamente sono rimasto molto colpito dalla validità dei loro lavori, una cosa che mi ha toccato molto. Inizialmente ho pensato “forse sono bravi, ma non hanno esperienza”, ma anche se ho 12 anni di esperienza, sono stato spinto a migliorare me stesso, forzando un po’ i miei limiti. In questo lavoro, se pensi che sei l’unico o che sei il migliore, inizi a perdere. Alle proteste devi essere in prima linea; così, io arrivo presto, copro l’evento e vado via tardi. Se hai pazienza, se hai una tua prospettiva, se osservi la polizia e i dimostranti, puoi ipotizzare cosa sta per succedere. Le nuove generazioni possono mancare questo punto. Alcuni di loro sono giovani, vogliono mostrare il loro lavoro, ma non hanno pazienza. In più, io porto sempre la mia macchina fotografica con me, anche se vado con la mia famiglia a mare. Anche quando voglio rilassarmi, so che qualcosa può accadere.

A woman helps another woman, closure of Zaman Newspaper, Istanbul. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

…e in Turchia accade sempre qualcosa. Lo scorso autunno hai raccontato che, nel coprire le proteste, ti ponevi dal lato dei dimostranti e non dietro le forze dell’ordine come altri giornalisti, perché?

Uno dei motivi per porsi dal lato dei manifestanti è che ti permette di essere nella scena, di avere uno scatto migliore; in secondo luogo, senti la situazione, cosa sta succedendo, quando la polizia sta per bloccare. Se i dimostranti corrono, io corro con loro; se si nascondono, io mi nascondo con loro.

Quale tra gli eventi coperti ti ha toccato di più?

Le proteste di Gezi. Sono state un diverso tipo di protesta. All’inizio, per la prima volta, non c’era dietro un partito politico, un’ideologia. C’erano giusto dei giovani, che volevano proteggere il parco, e altre persone collegate a loro. C’erano persone di tutti i tipi: religiosi, curdi, anche sostenitori dell’AKP. Era come un festival di giovani. Ho visto tante persone insieme, ma in seguito hanno iniziato a definire chi apparteneva a chi. Dopo tre giorni, ho iniziato a crederci anch’io, ho visto la speranza negli occhi delle persone e quando hanno mostrato unità, il governo ha fermato il progetto. Giorno dopo giorno, però, la pressione del governo sulle persone aumentava, creando molte difficoltà. Di mio, ho sempre creduto nella democrazia. La mia opinione è che la Turchia debba essere un Paese democratico e libero. In Turchia ci dev’essere libertà di espressione e di pensiero e, per me, si dovrebbe dare valore alla laicità.

Ci sono persone religiose nel governo, ma prima del colpo di Stato non sapevo che ci fossero anche nelle forze armate. Sapevo che c’erano nella polizia e tra i giudici. Nei tribunali ci sono molti gülenisti. Nei processi fatti tra il 2007 e il 2011, come Ergenekon e Balyoz, hanno incarcerato molte persone. Adesso, poiché ci sono generali anziani in prigione, dicono che quest’infiltrazione dei gülenisti fosse già iniziata negli anni ’70.

Un fotografo può entrare nei tribunali?

A: No, prima era possibile. È proibito da più di dieci anni. Anche le agenzie del governo non possono restare dentro.

Turkey Coup, Taksim Square, Istanbul, 15 July 2016. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

Cosa è successo la famosa notte, quella del colpo di Stato?

Per me, questo colpo è stato completamente inaspettato. Il 15 luglio, intorno alle 9 di sera, ero davanti al consolato francese, dove le persone stavano lasciando dei fiori per l’attentato di Nizza, e la polizia stava bloccando le strade intorno al consolato. Sono andato via e, verso le 10, ero già a casa. Una volta lì, un’amica mi ha chiamato per dirmi che qualcosa stava succedendo intorno al ponte del Bosforo. Le ho detto che non stavo andando lì, ma dopo aver messo giù il telefono, ho aperto twitter e ho visto le foto dei soldati e le foto ad Ankara. Così ho pensato: “è un colpo di Stato”. Ho chiamato Bülent [Kiliç], lui era già al ponte, poiché era prevista una proiezione della bandiera francese sul ponte, in commemorazione dell’attentato di Nizza. Ho chiesto a lui che, però, non sapeva chiaramente cosa stesse accadendo; così, lui è salito lì.

Ho preso un taxi. Inizialmente, sono andato al Palazzo di Dolmabahçe, perché lì c’è un ufficio del Primo Ministro. Ho passato un’ora lì, perché c’erano dei movimenti; la polizia ha bloccato le strade da entrambi i lati. C’era anche traffico, poiché era venerdì sera e c’erano molte persone nei bar. Erano tutti sotto shock e volevano andare a casa. Più tardi ho sentito che i soldati erano andati a Taksim, ma non c’erano mezzi di trasporto per andare lì. Ho iniziato a camminare un po’, poi ho visto qualche dolmuş [taxi collettivo]. Ne ho fermato uno, ma era pieno. C’erano già sette persone. Ho spiegato che dovevo andare per lavoro e, così, l’autista mi ha fatto entrare; però, ci siamo dovuti fermare prima della piazza.

Siamo arrivati ad Harbiye dove c’è una base militare, vicino alla stazione radio TRT. Ci siamo trovati nel mezzo della strada; non c’era nessuno lì, solo due ragazzi della polizia. Ho visto dei proiettili venire verso me. È caduto un uomo vicino a me, poi anche una donna. Mi sono coperto. Per proteggere la mia vita, non sono riuscito neanche scattare. È davvero una questione di secondi. Ho sentito i proiettili passarmi vicino, poiché eravamo nel mezzo di un fuoco incrociato. Due ragazzi erano appena morti e, davanti a me, ho visto i corpi di altri morti e feriti. In quel momento ho pensato che era qualcosa di veramente serio.

Dopo un po’, gli spari sono finiti e ho sentito delle persone parlare. Ho visto un autobus e sono corso via, mentre alcuni ragazzi mi seguivano. Stavano sparando di nuovo, così sono fuggito verso una chiesa [la cattedrale del Santo Spirito] e, poi, il fuoco è cessato. Poco dopo ho visto una macchina andare verso Taksim, arrivava dalla direzione sbagliata. C’era una famiglia dentro, l’uomo era stato colpito; la moglie e i bambini piangevano. Ho aspettato un po’ con loro, fino a che è arrivata l’ambulanza, ma dentro di me sentivo che l’uomo era morto.

Quando sono arrivato a Taksim, c’erano i soldati davanti al monumento [della Repubblica], meno di un centinaio, circondati da protestanti con bandiere. Nella piazza ho avvertito la tensione. Un comandante ha iniziato a sparare in aria e, poi, alla gente; mi sono protetto dietro un blocco di cemento e ho scattato delle foto delle persone ferite. Dopo alcune ore, sono andato via, diretto verso il ponte. Sentivo che c’era qualcosa di strano. Ho capito che era un tentativo di colpo e che non tutto l’esercito era coinvolto. Più tardi, dai social media e dalla TV, ho appreso che alcuni generali dicevano di non aver avuto parte in esso.

Turkey-coup, a fired bullet, Taksim Square, Istanbul, 15 july 2016. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

Intanto, ho visto molte persone in strada, anche se c’erano dei morti. La cosa peggiore erano i jet, intorno alle tre della notte. Ho sentito un boato nell’aria e c’è stata un’esplosione, con rumore di finestre rotte. Ho pensato che i jet ci stavano bombardando, le case tremavano e mi sono spostato in un posto più sicuro. Dopo aver scattato delle foto, sono andato nel mio ufficio e ho preso le protezioni, giubbotto anti-proiettile e elmetto, e sono andato al ponte del Bosforo.

C’erano soldati sul lato europeo. Ho sentito un’esplosione e un ragazzo mi ha detto che era un carrarmato. Entro la mattina, i soldati si erano già arresi. Allora ho visto immagini di gente che attaccava i soldati con il coltello. Non è chiaro, ma un punto è sicuro: la gente che protestava ha ucciso alcuni soldati.

Ora, per me, noi viviamo in una democrazia, quindi la polizia avrebbe dovuto separare i soldati dalla gente. I soldati dovrebbero essere puniti, ma se spingi i soldati verso la folla, li uccidono. La polizia turca ha molta esperienza, usa lacrimogeni, avrebbe dovuto separare le persone e portare i soldati vivi nei tribunali. Questo è il mio parere, ma c’erano molti dimostranti e hanno ucciso dei soldati, soldati semplici, non generali.

In Turchia il servizio militare è obbligatorio e anch’io sono stato militare. Se un generale ti dice “fuoco”, tu devi sparare e io sono davvero sicuro che i soldati semplici non sapevano cosa stavano facendo; qualcuno, qualche generale, li ha portati a Taksim e sul Bosforo, ordinando loro di sparare alla gente.

Cinque anni fa, o dieci, se avessi chiesto alla gente in quale organizzazione avevano più fiducia, avrebbero risposto nei militari. In Turchia, se qualcuno parte per il militare, è una festa [askeri uğurlaması, la “chiamata alle armi”], un party. Ma se penso a quello che è accaduto al ponte, dopo che i soldati hanno attaccato i soldati, c’erano così tante foto che non avrei voluto vedere. Mostrare quel che è successo ha un effetto e divide le persone. Qualcuno dice che erano solo soldati semplici, che sono stati ingannati dagli ufficiali e ci sono molti soldati in galera oggi. Forse qualcuno di loro ha davvero sparato sulla folla, ma gli altri no. Comunque, io ho lavorato fino al mattino, solo in seguito ho potuto raggiungere la parte asiatica e ricongiungermi con Bülent. Ne parlo anche nel nostro blog per AFP (https://correspondent.afp.com/nothing-will-be). Sai cos’è successo dopo, le “notti della democrazia”, i rally delle persone nelle strade e il meeting Yenikapı [manifestazione contro il golpe promossa dall’AKP, con la partecipazione del CHP e del MHP]. C’erano migliaia di persone. Dopo il colpo è arrivato lo stato d’emergenza [Olağanüstü Hal – OHAL]. Spero che dopo tre mesi finisca, altrimenti questo non è un bene per la democrazia.

Cosa si prova a coprire questi eventi nel proprio Paese?

Essere turco e coprire il colpo di Stato è stato veramente un lavoro provante, le persone erano sul punto di morire e così i soldati. In aggiunta, io sono un fotografo con base a Istanbul, ho una famiglia. Lavorando pensavo ai miei bambini, alla ma famiglia. È davvero difficile concentrarsi, non ti senti sicuro, è difficile lavorare così. Se sei in assegnato all’estero, è tutto, sei da solo, non è il tuo Paese, puoi scattare buone foto ma non trasmettere lo stesso feeling dei fotografi locali. Non sai la situazione, ma questo può essere anche un bene. Se non conosci molto bene la situazione puoi fare buone fotografie, ma quando conosci la situazione, puoi supporre cosa sta per succedere. Se lavori in un posto sconosciuto, puoi fare foto tecnicamente buone, ma ci sarà qualcosa che manca.

Nella tua carriera, però, hai coperto anche eventi all’estero…

Sì, ho lavorato anche in Africa orientale, ho coperto le Primavere Arabe. Sono stato in molti luoghi. Tuttavia, se non sai cosa stai andando a coprire, devi studiare per capire cosa sta succedendo. Se hai fatto qualche ricerca, prima di partire per l’assignment, va bene. Ecco perché la fotografia non riguarda solo le immagini, ma devi leggere di politica, cronaca, problematiche sociali e attualità.

Tuttavia oggi, anche nel fotogiornalismo, c’è una tendenza a curare molto la parte estetica. Tu che ne pensi?

Se scatti foto di cronaca, ci deve essere anche una parte artistica. Devi conoscere la tecnica. Non si tratta solo di scattare notizie, devi catturare un qualcosa per toccare emotivamente le persone. Una buona foto deve contenere delle informazioni ed essere corretta. A volte, tecnicamente, non è possibile e qualche volta se c’è un’informazione importante, si scatta; questa è una foto di cronaca. Ma se riesci a fotografare aggiungendo una parte artistica, le foto sono più intense. Se le foto sono buone, le persone saranno più interessate all’articolo che andranno a leggere.

Lavori tantissimo ma non sembri un fotografo da Festival e premi, segui però qualche progetto particolare?

No, non sono un fotografo da “photo festival”. Sono solo un fotografo, mi piace scattare eventi politici, proteste, problematiche sociali. Così, guardando al mio archivio, posso ritrovare foto di eventi come i processi Ergenekon, le proteste di Gezi, etc. Se metto tutte le foto insieme, ne esce un progetto sulla Turchia degli ultimi 15 anni. Ho coperto molti eventi sociali e politici, scontri, ho foto dei progetti del governo.

Alcuni fotografi lavorano su un progetto per un po’ di tempo e, dopo, si muovono su altri progetti; a me piace lavorare su un progetto a lungo termine; anche se scatto anche altre problematiche, come i rifugiati. Non m’interessano i premi. Non mando le mie foto ai concorsi, a volte la mia agenzia manda delle mie foto, ma io no. Con le mie immagini, mi piace trasmettere informazioni su quel che accade e mostrare un lato possibilmente oggettivo. Mi piace mostrare alle persone ciò che io vedo.

Turkey Coup, Dead Man,Istanbul, 15 July 2016. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

 

Interview with Ozan Köse

The Turkish photographer tells about his work always at the forefront and “his” long night of the failed coup attempt

The controverse victory at the World Press Photo of the picture that represents the killing of the Russian ambassador Andrei Karlov, in an art gallery in Ankara, shot by Burhan Özbilici, photo-reporter working for Associated Press, in the section “Spot News Stories”, witnesses the constant engagement and activities of those photographers living in a country that is constantly on the news. In an interview for The Guardian, the Turkish photographer told the emotions that he had felt that night and how he was conscious of being in front of a relevant news; thus, he felt that his duty was to document the event with his professional tool: his camera. This vision is shared by other professionals, who are born and grown up in Turkey. These photographers are witnesses, always at the forefront, of dramatics events and social and political issues of their native country and Middle East. Their job -or better their task- is an emotionally and professionally difficult one, as it emerges from the words of the interview released by Ozan Köse, photo reporter for Agence France Presse, since 2012, and author of many photos published on the attempted coup d’état in Turkey, last July 2016.

Striking photos showing soldiers, mostly young and with astonished faces, who stand in front of protestors holding Turkish flags, under the shadow of statues portraying Ataturk’s soldiers on the Republic Monument,, in Taksim Square, Istanbul. Since Gezi Park Protests, in 2013, Köse, his colleague Bülent Kiliç -who had won the World Press Photo for two years, and a new generation of Turkish photography, emerged on the international scene, bringing a fresh wave of new names in the history of Turkish photojournalism, linked to the name of Ara Güler, named correspondent for Time-Life in 1958. Among the Turkish photographers that captured the Western attention, there are Emin Özmen, photographer for Agence Le Journal, who had been nominated Jury member for the World Press Photo Multimedia Contest, and Nilüfer Demir, working with Doğan News Agency, who shot the photo of the little Syrian child, Aylan Kurdi, drowned with other refugees while crossing to Greece. Moreover, there is also a young and promising new generation of Turkish photographers, dealing with political issues with new languages, as Barbaros Kayan, who won the Sony Awards with Moving Portraits, a conceptual work on refugees’ identity.

In this landscape, Ozan Köse’s body of work could be placed more in the category of news photography, with great care for the aesthetic dimension and with a special sensibility on the consequences of published photos on the public. The last concern clearly emerges from his photos on the attempted coup and from his word, listened in a wet and warm night in Istanbul, in the suspended climate associated with the State of Emergency, which it is still going on, while the country is expecting the result for the upcoming referendum, on April the 16th 2017, which could ratify the passage to a presidential system, giving more powers to the higher office of the State.

Turkish riot police use their shields to push back Turkish. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

We can start with a classic question, how did you become interested in photography?

Actually my father and my uncle had a photo studio in Istanbul. Maybe it was one of the first studio in the 1950s, in a place called Gaziosmanpaşa, a bit outside Istanbul and actually a slum place. People came from all over Istanbul; but then, at the beginning of the 1960s, my father went to Germany, where he firstly worked in a coal mine, and, then, in other factories. Later he took his brother there, you know, to make money.

So, they worked in Germany, but they had never stopped dealing with photography. They began shooting photos of people there, also Turkish people. My father also fabricated a very special darkroom, for developing black and white films. They shoot pictures as amateurs, just for hobby. Then I was born in the mid of 1970s and I grew up with photography. I got my first camera when I was 8 years old, my father thought me how to shoot, how to develop black and white. So, when I was eleven, I was already able to do everything by myself.

So you always wanted to be a photographer? And why photojournalism?

When people asked me what I wanted to be, I answered “a photographer”. Photojournalism came to my mind when I was in school. We had a school trip in çanakkale. We were on a boat and I saw two photographers, documentary photographers, they were taking pictures of people, place, life scenes. I talked with them, as I was interested in those people with “photographers’ dresses”, multi-pocket waistcoat, and I asked them who they were and they said “photojournalists.”

What was your first job?

Actually I began in Birgün, a leftist paper. A photographer friend told me and they offered a kind of apprenticeship, so I began to take pictures for them. That time was also in the first years of the ruling party [Justice and Development Party, AKP]. Comparing the situation with nowadays, actually in 2004 there was more freedom for people. Back to my story, later another newspaper offered me a job, with a little salary, and I started working with them. I changed job, my career improved, and after 12 year I am working at AFP. It is the top in Turkey.

You and Bülent Kiliç are both working for AFP, but there is also an emerging young generation of Turkish photographers, what caused this bustle?

The new generation is changing. In the 1990s there was one generation, at the end of 2010, there was another. The breaking point was the time of Gezi Protests. I met with a lot of guys; they had very good photos. Actually, I was very impressed by their good job, which really affected me.

Initially I thought “maybe they are good, but they don’t have experience”; yet, after that I pushed up my limits Even if I had a 12 years’ experience, seeing how good were their works, I had also to improve myself, pushing out my limits. In this profession, If you think that you are the only one, or that you are the best, you begin to loose.

At demo [demonstrations] you have to be on the forefront; so, I come early, I cover it, and leave late. If you have patience, if you have your own perspective, if you look at the police and demonstrators, you can guess what is going to happen. New generations could fail this point. Some of them are young, they want to show their work, but they have no patience. Also, I always carry my camera with me, even when I take my family at seaside. Even when I want to relax, I am aware that something can happen.

Turkish Jendarmerie collect the body of a young victim, Ayvacik, Jan 2016. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

…and in Turkey, something always happens. Last autumn you told that while covering demos, you are always at protesters’ side and not behind the police, as other photojournalists, why?

One of the reason for being at protesters’ side is that it allows you to be inside the scene, it gives a better picture; secondly, you feel the situation, what is going on, when the police may block. And if protestors run, I run with them; if they hide, I hide with them.

Among covered events, which one affected you the most?

Gezi Protests. They were a different kind of protests. In the very beginning, for the first time, there was no political party, no ideology. There were just young people, who wanted to protect the park, and other people, who were connected with them. There were all kinds of people there: religious, Kurdish, also AKP supporters. It was like a youth festival. I saw so many people together, but later they started to define who belonged to whom.

After three days, I started to believe in it too, I saw hope in the eyes of the people and when they showed unity, the government stopped the project. But day after day, the government’s pressure on the people raised and made many difficulties.

I have always believed in democracy. My opinion is that Turkey must be a democratic and free country. In Turkey there must be freedom of expression and thinking and I believe that we have to improve secularism. There are religious people inside the government but, before the coup, I did not know they were inside the military. I knew they were inside the police and among judges. In courts there are many Gülenistis. In trials carried out between 2007-2011, as Ergenekon and Balyoz, they jailed so many people. Now, because there are generals in jails, they say that this infiltration had already started in 1970s.

A photographer can go to courts?

No, before it was possible. For more than ten year it has been forbidden. Event government agencies cannot stand inside.

What happened that famous night, the one of the coup d’état?

For me, this coup was completely unexpected. On the evening of July the 15th, around 9 pm, I was in front of the French Consulate, where people were leaving flowers after the attack in Nice, and police was blocking streets around the consulate. I left and I was at home around10 pm.

Once there, a friend called me and she said that something was going on at the Bosphorus Bridge. I told her that I was not going there, yet after laying down the phone, I opened twitter and I saw photos of soldiers and those from Ankara. Then I thought “this is a coup”. I called Bülent [Kiliç], he was already at the bridge, as a projection of the French flag on the bridge was planned in commemoration for the Nice attack. I asked him and he did not know clearly; then, he went up there.

I took a taxi. Firstly, I went to Dolmabahçe Palace, because there is a Prime Ministry office there. I spent an hour there, because there were movements; the police blocked the streets on both sides. There was also traffic, as it was Friday night and many people were in bars. Everybody was also shocked and wanted to go home. Later I heard that soldiers went to Task, but there was no transportation for going there. I began walking a bit and, after a while, I saw some dolmuş [collective taxi Kiliç]. I stopped one but it was full, there were already seven people. I explained that I needed to go for working and the driver let me in; yet we had to stop before the square.

We arrived in Harbiye, where there is a military base (and Military Museum), also close to TRT Radio Station. We found ourselves in the middle of the street; nobody was there, just two guys from the police. I saw bullets coming towards me. A man standing beside me fall down, and also a woman. I covered myself. For saving my life, I was not even able to shoot pictures. It is really a matter of seconds, and I felt the bullets passing close, as we were caught in the crossfire. Two guys were just dead and, in front of me, I saw bodies of other dead and injured people. In that moment I thought it was something really serious.

Refugees, child victim, Ayvacik, Jan 2016. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

After a while, they ended and I heard some people talking. I saw a bus and I started running, while some guys followed me. There were shootings, again, and I run close to a church [the Cathedral of the Holy Spirit] and the fire stopped. Then, I saw a car going to Taksim coming from the wrong direction. There was a family inside, the man had been shot, his wife and his children were crying. I waited a while with them; after the ambulance came, but in my mind I felt he was already dead. When I arrived in Taksim, there were soldiers in front of the monument [of Atatürk], less than a hundred, and they were surrounded by protestors with flags.

In Taksim I saw some tensions, a commander started shooting in the air, and then to people; so, I covered myself, behind a concrete block, and I took pictures of injured people. After few hours, I left and went to the bridge. I felt that there was something strange. I understand that it was a coup attempt and not all the army was involved. Later, from social media and TV, I saw that some generals said that they had not part in it.

In the meanwhile, I saw many people in the street, even if there were dead. The most terrible things were jets, it was around 3 a.m. when I heard the noise from the air and there was an explosion as broken windows, there was such a loud explosion. I thought that jets were bombing, houses were shacking, and I moved in a safer place. After taking pictures, I went to my office and I took my security stuffs, life jacket and helmet, and I went to the Bosphorous Bridge.

There were soldiers on the European side. I heard an explosion and a guy told me it was a tank. By morning soldiers gave up. At that time I saw images of people attacking soldiers with a knife. It’s not clear but one point is sure: protestors killed some soldiers.

My opinion is that we live in a democracy; therefore, police should have separated soldiers from people. Soldiers should be punished, but if you push soldiers to the crow, they will kill them. The Turkish police are very experienced, they use tear gas, and they should have separated the people and should have taken soldiers alive to courts. This is my opinion, but there were so many protestors, and they killed soldiers, normal soldiers, not generals.

In Turkey you have to go to military service and I was in military too, if a general says “shoot”, you have to and I am really sure that normal soldiers did not know what they were doing; somebody, some general, took them to Taksim, and to the Bosphorus, ordering them to shoot at people, and kill them. And after everything was over, angry protestors attacked and killed soldiers. That is why I am saying they should have them separated.

Five or then years ago, if you asked to the people which organization they trusted the more in Turkey, they would have said the military. In Turkey, if someone goes to the military service, it is fest, a party [askeri uğurlaması, the call to the army”]. But if I think to what happened at the Bridge, after the protestors attacked the soldiers, there were so many pictures that I really I would not want to see. Showing what happened affects and separates the people. Someone says these were just normal soldiers, they were cheated by officers and there are so many soldiers in jails now. Maybe some of them really had shoot on the crowd, but others did not.

I worked until the morning, only later I was able to get to the Asian side and I also rejoined Bülent. I had also explained this in our blog for AFP (https://correspondent.afp.com/nothing-will-be). You know what came after, “democracy nights” and people rally, until the meeting at Yenikapı [rally against the Coup promoted by AKP members, joined by CHP and MHP Parties ]. There were millions of people.

After the coup it came the state of emergency [Olağanüstü HalOHAL]. I just hope that after three months, it finishes. If not, it is not good for democracy.

Post-coup, Rotesters burn an effigy of the Islamic cleric Gulen, Istanbul. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

How does it feel like covering such event in your own country?

To be a Türk and to cover the coup it was really a hard work, people were dying, and so were soldiers. Also, I am an Istanbul based photographer, I have a family; while working I was thinking about my children, my family. It is really hard to concentrate, you do not feel safe, it is really difficult to work. If you go on assignment abroad, it is all, you are alone, it is not your country, you can make good pictures but you cannot give the feeling as local photographers. You do not know the situation, but it can also be good for you. If you don’t know the situation very well, you can make good pictures, but if you know the situation, you can guess what is happening next. If you work in an unknown place, you can make technically good pictures, but there will be something missing.

Though in your career you had also covered events abroad..

Yes, I worked in East Africa, I covered the Arab Springs. I had been in so many places. Still, you do not know what you are covering; so, you have to study in order to understand what it is going on. If you had researched before assignment, it is ok. This is why photography is not only about pictures, you have to read about politics, news, social and current issues.

Nevertheless, today, even in photojournalism there is a tendency to look for the aesthetic of the image, what do you think?

If you shoot news photography, there should also be an artistic component. You must know the technique. It is not just shooting news, you have to catch a point to make people affected. A good picture has to contain information and it should be correct. Sometime it is not technically possible, and sometime if there is important information, this is a news pictures. But if you shoot in a more artistic way they are more intense. If pictures are good people would be more interested in the articles they are reading. 

You work ceaselessly, still you are not a “Festival” photographer; do you work on any specific project?

No, I am not a “photo festival photographer”. I am just a photographer, I like shooting political events, demo, social issues. Thus, looking at my archive, I can pick up photo of events like Ergenekon’s trials, Gezi protests, and so on. if I put the pictures together, it is a project about Turkey in the last 15 years. I have been covering lots of social and political events, clashes; I have pictures of governments’ project.

Some photographers work on a project for a certain time, and after they move on to other projects; but I like to work on one long-term project; although, I also cover other issues like refugees. I think if you look at all the pictures together, well, that’s a long-term project.

I do not care about prizes, I do not send my pictures to prizes; sometime my agency sends my pictures, but I do not. I just like giving information with my pictures of what is going on and showing, possibly, an objective side. I like to show people what I am seeing.

Turkey Coup, Taksim Square, Istanbul, 15 July 2016. (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)