La realtà dietro gli spari

La storia del gruppo di fotografi noto col nome di Bang Bang Club non solo è interessante per chi si occupa di fotogiornalismo in senso per così dire storico ma anche perchè ancora oggi ci pone davanti a una serie di riflessioni e domande sul senso di questa professione e sulla sua etica

Bang Bang Club - Life of Kevin Carter
Bang Bang Club - Life of Kevin Carter

Succede che ti imbatti fuori tempo massimo in qualcosa che continua ad avere un senso, di cui ancora vale la pena parlare, perché il suo significato ha un valore oltre la notizia stessa, oltre la circostanza che lo rappresenta.

Qualche giorno fa ho visto per la prima volta il film “The Bang Bang Club” (Canada, Sudafrica, 2010), per la regia di Steven Silver. Dico fuori tempo massimo perché sono passati sei anni dall’uscita nelle sale cinematografiche eppure qualche interrogativo ancora lo pone.

Il film ripercorre la storia del Bang Bang Club, quattro fotografi sudafricani che, all’inizio degli anni 90, raccontarono le violenze che sconvolsero il Sudafrica prima della fine dell’Apartheid.

I fotografi erano Kevin Carter, premio Pulitzer nel 1993 con l’immagine della bambina e dell’avvoltoio in Sudan, Greg Marinovich premio Pulitzer nel 1991 con l’immagine dell’uomo in fiamme mentre viene colpito con un macete, Ken Oosterbroek e Joao Silva.

Costantemente in mezzo a situazioni di pericolo e di alta tensione, i quattro fotografi hanno raccontato in modo incessante i conflitti tra Inkatha e i membri dell’African National Congress (ANC) oltre a essere stati presenti nei principali conflitti degli anni 90.

I due premi Pulitzer del gruppo, Marinovich e Carter, furono criticati per le due immagini vincitrici, furono accusati dalla stampa, ma anche dalle persone comuni, di speculare sulle tragedie umane e le carestie che attraversavano l’Africa in quegli anni. In molti si sono chiesti perché Carter non pensò a salvare la bambina debilitata dalla carestia e facile preda dell’avvoltoio paziente, invece di scattare la sequenza di foto che lo portò al Pulitzer. A Marinovich fu rinfacciato che la sua immagine, troppo violenta, esasperava il clima già teso e speculava sulla violenza per l’affermazione di un successo personale.

© Kevin Carter
© Kevin Carter

 

© Greg Marinovich
© Greg Marinovich

Di fatto quello posto fu un problema etico e deontologico del mestiere del fotoreporter.

Andando indietro con il tempo, mi viene in mente Eddie Adams, premio Pulitzer nel 1969, con la foto che ritrae l’esecuzione, in mezzo alla strada, di un vietcong da parte del capo della polizia del Vietnam del Sud.

 

© Eddie Adams
© Eddie Adams

 

Anche in questo caso l’accusa di strumentalità e di sfruttamento della violenza come viatico della notorietà non è mancata e lo stesso Adams, qualche anno dopo, si rese conto che la sua foto aveva distrutto l’onore e la dignità del generale sudvietnamita Loan.

Il problema è che ci aspettiamo dalla fotografia la verità, perché l’immagine fotografica a differenza del dipinto blocca la realtà, la congela e la copia, ma non è così, la verità è sempre il punto di vista di chi la interpreta: una fotografia racconta una porzione di realtà e con essa una porzione della verità.

Questo processo è quello che condiziona il lavoro del fotoreporter, continuamente alla ricerca di un equilibrio tra verità, oggettività, imparzialità, racconto dei fatti, eticità deontologica, ma il suo lavoro è quello di raccontare. Seppure da un punto di vista parziale, lui deve raccontare quello che accade: se accade una esecuzione non deve raccontarla? Se un uomo viene dato alle fiamme e poi colpito con un machete, questo accanimento di violenza, odio e rabbia non deve essere raccontato? E ancora, se una bambina in evidente stato di malnutrizione, diventa la preda facile di un avvoltoio, questo fatto non deve essere raccontato?

La questione non è avere la risposta giusta: il primo aspetto da fissare è che tutte queste immagini di violenza, di annullamento della dignità umana, sono il prodotto di una realtà violenta creata dalle nostre società. Non sono un’invenzione, sono cose che accadono e accadrebbero anche se il fotografo si astenesse dal documentarle.

La singola foto è un’arma potentissima, può distruggere o valorizzare una determinata persona, una certa fazione, ma certamente la censura o la facile critica di chi osserva il mondo da dietro una scrivania non sono le risposte al problema. Forse la domanda opportuna sarebbe: questa immagine aggiunge qualcosa alla storia, aiuta ad approfondire un pezzo del puzzle, è necessaria per raccontare lo spirito di quello che sta accadendo? Denuncia la sospensione dei diritti umani? Si avvicina alla verità?

Kevin Carter morì suicida nel 1994, Eddie Adams si scusò con il generale Loan, Marinovich, così come molti foto reporter, ebbe scrupoli e problemi di coscienza. Quando una catastrofe ci è distante, non solo geograficamente, ma anche mentalmente, diamo alla fotografia un ruolo creatore: è l’immagine che crea la realtà. Durante la guerra nei Balcani, tra il 1991 e il 1994, nei primi due anni, l’Europa non volle vedere cosa stava accadendo, vi fu una rimozione di massa verso quella che fu la prima guerra in Europa dopo la seconda Guerra Mondiale. A costruire la realtà di quello che accadeva erano le fotografie, senza le fotografie non avremmo saputo, né visto, quello che stava accadendo. Questo è positivo, incarna uno degli scopi del fotogiornalismo, ma è bene non scordarsi che quella realtà, con tutta la sua follia omicida, stava accadendo e che la fotografia ci ha aiutato solo ad avvicinarla, a conoscerla e costruirla per noi che non volevamo vedere. Non l’ha determinata.